Quando nella quotidianità irrompe una minaccia imprevedibile e sconosciuta
Era l’11 settembre 2001 quando i terroristi di Al Qaeda, l’organizzazione del saudita Osama Bin Laden, hanno dirottato quattro aerei di linea per condurli contro altrettanti obiettivi sul suolo statunitense minacciando la sicurezza mondiale. Il 30 gennaio 2020, la malattia da nuovo coronavirus denominata COVID-19, è stata dichiarata emergenza di sanità pubblica globale di rilevanza internazionale ai sensi del Regolamento Sanitario Internazionale 2005. Cos’hanno in comune questi due eventi? Entrambi hanno fatto irruzione nella nostra quotidianità cambiando il nostro modo di vivere. In entrambi i casi la minaccia è imprevedibile, globale, sconosciuta e fuori dal nostro controllo. La continuità del nostro senso di identità viene minacciata. Il meccanismo che si attiva è quello paralizzante dell’angoscia di fronte a un nemico invisibile e indeterminato, da cui l’attacco o la fuga non ci difendono (Galimberti, 2010). L’angoscia dell’imprevedibile diventa globale e con essa diventano globali incubi e fantasie paranoiche. Paura e diffidenza aprono la strada a episodi di razzismo ed emarginazione. Mentre il bisogno di esercitare un controllo sulla situazione e di contenere la paura, determina la proliferazione di leggende metropolitane, fake news e produzioni umoristiche.
In una popolazione che vive sotto la minaccia del terrorismo o di un’emergenza sanitaria globale si possono distinguere due tipi di paura: una paura razionale e una paura irrazionale. La paura è un’emozione funzionale alla sopravvivenza, poiché ci segnala che qualcosa può essere dannoso per noi e ci spinge a evitare comportamenti a rischio. La paura razionale è proporzionata al pericolo reale. La paura irrazionale, invece, è sproporzionata rispetto alla reale probabilità di perdere la vita in un attacco terroristico o una pandemia ed è alimentata dal bombardamento mediatico. Imparare a riconoscere e abbassare il livello di paura irrazionale diventa fondamentale, poiché essa può compromettere la capacità di giudizio. Meno un sistema sociale è vulnerabile, prima verrà ripristinata una situazione di normalità dopo un’emergenza. Il profondo sconcerto ha ripercussioni psicologiche sulle persone. A New York, uno studio condotto sulla popolazione nel periodo successivo agli attentati, ha rilevato la presenza di numerosi sintomi di Disturbo da stress post-traumatico e sintomi depressivi (Galea et al., 2002).
Leggende metropolitane e fake news come risposta al bisogno di controllo
Le leggende metropolitane sono narrazioni che non nascono dal nulla, ma si basano su credenze e atteggiamenti già presenti nella popolazione. Esse rinforzano i pregiudizi e forniscono una giustificazione per la collera e le paure (Toselli, 2002). Questi racconti nascono dalle chiacchiere collettive e quasi mai si sa chi per primo li ha creati e diffusi. Le leggende metropolitane attingono a fonti diverse, si contaminano e si trasformano in base ai luoghi e alle culture in cui si diffondono. Spesso esse sono accompagnate dalla citazione di fonti autorevoli, a garanzia della loro veridicità. Le storie vengono costruite per interpretare il mondo, attribuire significati e fare previsioni. Esse possono essere definite teorie sui fatti sociali (Smorti, 1995). Gli studiosi hanno prestato attenzione a questo fenomeno fin dalle due guerre mondiali. La novità oggi è data dalla rapidità della diffusione di queste produzioni, favorita dalle nuove tecnologie, in particolare dai social network. Inoltre la narrazione scritta, a differenza di quella orale, è meno soggetta a variazioni di contenuto.
Attraverso le leggende metropolitane si cerca di interpretare gli eventi ma allo stesso tempo si dà voce a paure profonde. Subito dopo gli attentati dell’11 settembre, il clima di incertezza e il rincorrersi di notizie vere e false hanno rappresentato un terreno di coltura ideale per la proliferazione di leggende metropolitane. Hanno così iniziato a circolare voci su imminenti attentati, fotomontaggi e notizie di improbabili avvistamenti di Osama Bin Laden. Leggende e fake news hanno iniziato a moltiplicarsi e a diffondersi anche quando il focolaio internazionale di infezione da nuovo coronavirus SARS–CoV-2, è diventato una pandemia che ha scombussolato il mondo. Teorie del complotto e dicerie si rincorrono sui social a colpi di catene e post. I temi sono svariati: l’origine del virus, il presunto potere della vitamina C di prevenire il contagio o quello di una bevanda molto calda di neutralizzare il virus, o ancora l’esistenza di fantomatici farmaci. Tali racconti tendono a raggiungere un carattere endemico e costringono le autorità a frequenti smentite pubbliche.
L’umorismo come antidoto alla paura
Il fatto che l’umorismo e l’ironia possano provocare una riduzione della tensione e favorire una re-interpretazione degli eventi e della situazione, viene comunemente accettato dalle varie teorie sull’umorismo (Moran & Massam, 1997). Inoltre lo humour fornisce uno sbocco all’aggressività generata dalla frustrazione, aiuta a tenere lontano dalla coscienza i pensieri negativi e favorisce la socializzazione. Umorismo e riso sono considerati importanti fattori di benessere, anche se non vi sono certezze circa gli effetti a lungo termine. L’umorismo può essere pertanto considerato una strategia di coping per l’intera comunità colpita da un disastro comune (Lavanco, 2003). Come le leggende metropolitane, il materiale umoristico si diffonde velocemente a livello nazionale e internazionale, grazie alle applicazioni di messaggistica istantanea e soprattutto ai social network. E ancora come le leggende metropolitane, queste produzioni in genere non hanno una specifica e rintracciabile paternità. Vedere un fatto che ci preoccupa da una prospettiva buffa, costituisce una potente arma che crea un distacco dalla minaccia e ridimensiona la paura.
Per esorcizzare la paura provocata dall’evento catastrofico dell’11 settembre, a livello popolare vi è stata una notevole produzione di barzellette, immagini digitali e giochi per computer. Anni dopo, in un parallelo campo di battaglia virtuale, l’umorismo e la satira sul web hanno costituito la risposta alla terrificante propaganda dell’Isis. Così, grazie al potente strumento dei social network, si sono moltiplicate le iniziative per ridicolizzare gli uomini del Califfato a colpi di satira. Per esorcizzare la paura di fronte alla brutalità dell’Isis, la tv di stato irachena ha mandato in onda la sit-com “Lo stato superstizioso”, una parodia di al-Baghdadi e dei suoi seguaci. I miliziani dell’Isis sono stati presi di mira anche dai media libanesi, palestinesi e siriani. Allo stesso modo, oggi, ai tempi del coronavirus, quasi a fare da scudo contro la rapidità del contagio, vengono prodotti fulmineamente parodie, vignette, video, tweet e post prontamente condivisi e diffusi. In questo modo si ridimensiona la paura con la risata.
Importanza dell’informazione e della comunicazione del rischio
All’indomani degli attentati dell’11 settembre, all’incredulità e allo spavento si è accompagnata la necessità di sapere, di informarsi e capire cosa stesse accadendo. Così, nei giorni e nelle settimane successivi all’attacco, c’è stata una mobilitazione generale dei media per far fronte a questo bisogno con un aggiornamento continuo. Un notevole incremento della produzione di articoli, libri e trasmissioni televisive ha accompagnato quella che si configurava ormai come una minaccia mondiale. Analogamente, oggi basta accendere la tv o andare su internet per venire bombardati da un’enorme mole di informazioni, quasi sempre allarmanti e non sempre esatte, sul nuovo coronavirus e sul numero di decessi. Questo va necessariamente a impattare sulla percezione del rischio e sull’allarme sociale. E il pericolo di fronte alle pressioni di un’opinione pubblica terrorizzata, è sia di non saper reagire sia di farlo in maniera sbagliata.
Affinché sia creata una cultura dell’emergenza è necessario divulgare il rischio ma senza creare inutili allarmismi (Lavanco, 2003). L’informazione deve essere coerente, puntuale e deve promuovere strategie adattive nella popolazione. La comunità deve essere informata circa i problemi, le cause e i rischi, ma anche sulle risorse e le norme di comportamento. Occorre evitare atteggiamenti di negazione ma anche di impotenza e depressione. Una persona terrorizzata può avere delle difficoltà a controllare le proprie reazioni, a valutare le varie possibilità e a scegliere quelle più vantaggiose. Bisogna quindi incrementare il senso di efficacia personale e cercare di fornire una visione ottimistica delle cose. Ciò facilita la tolleranza di fronte a misure di sicurezza che richiedono adattamento e pazienza, che siano i controlli negli aeroporti o l’uso di dispositivi di protezione individuale.
In caso di emergenza globale, un’efficace comunicazione del rischio è essenziale per creare un clima di fiducia e ottenere collaborazione. La comunicazione non va improvvisata e va condotta dalle autorità, dalle Istituzioni e da tutte le figure coinvolte. L’opinione pubblica è estremamente sensibile agli avvenimenti eclatanti, che vengono amplificati dai media. La molteplicità di fonti informative e l’elevatissima esposizione mediatica creano una situazione definita “infodemia”, che rende difficile orientarsi. Utilizzare mezzi di comunicazione diversi in un’ottica integrata può aiutare ad affrontare l’infodemia e a contenere fake news e disinformazione.
Scritto da Anna Calabresi, psicologa clinica, esperta in Psicologia giuridica, investigativa e criminale, in Psicodiagnostica e in Psicologia delle Dipendenze. Segue da anni le tematiche criminologiche, con particolare riferimento al terrorismo transnazionale di matrice jihadista. Si sta specializzando in Psicoterapia Breve Strategica
Riferimenti bibliografici
Galea, S., Ahern, J., Resnick, H., Kilpatrick, D., Bucuvalas, M., Gold, J., et al. (2002). Psychological Sequelae of the September 11 Terrorist Attacks in New York City. New England Journal of Medicine, 346, pp. 982-987.
Galimberti, U. (2010). I miti del nostro tempo. Milano: Feltrinelli.
Lavanco, G. (2003). Psicologia dei disastri. Milano: Franco Angeli.
Moran, C. & Massam, M. (1997). An Evaluation of Humour in Emergency Work. The Australasian Journal of Disaster and Trauma Studies, 3. Retrieved April 8, 2020 from www.massey.ac.nz/~trauma/issues/1997-3/moran1.htm
Oliverio Ferraris, A. (1980). Psicologia della paura. Torino: Boringhieri.
Smorti, A. (1995). Leggende metropolitane. Psicologia contemporanea, 127, pp. 42-47.
Statement on the second meeting of the International Health Regulations (2005) Emergency Committee regarding the outbreak of novel coronavirus (2019-nCoV). (2020). Retrieved April 8, 2020 from https://www.who.int/news-room/detail/23-01-2020-statement-on-the-meeting-of-theinternational-health-regulations-(2005)-emergency-committee-regarding-the-outbreak-of-novelcoronavirus-(2019-ncov)
Toselli, P. (2002). 11 settembre. Leggende di guerra. Roma: Avverbi.




