Empatia: di cosa si tratta?
Il termine “empatia” significa “sentire dentro” e si riferisce alla capacità di comprendere gli stati d’animo altrui. Questa capacità nell’uomo è fondamentale per un corretto sviluppo emotivo e affettivo e dunque incide sulla qualità delle relazioni sociali. In psicologia possiamo distinguere due tipi di empatia quella cognitiva e quella emozionale (Smith A., 2006). La prima fa riferimento alla capacità di comprendere cose l’altro pensa e si associa allo sviluppo della “teoria della mente” mentre la seconda fa riferimento al provare dentro di sé le sensazioni che l’altro prova. Questo tipo di empatia è secondo Hoffman presente nelle prime fasi di vita del bambino. L’empatia nel corso degli anni è stata studiata non solo negli esseri umani ma anche in molte specie animali come i roditori e le scimmie ed un notevole contributo è stato dato da Giacomo Rizzolati con la scoperta dei neuroni specchio. La scoperta di questi neuroni evidenzia come alcune aree del cervello sono coinvolte nel processo empatico.
Lo sviluppo negli anni della teoria della mente è fondamentale per quanto riguarda le relazioni sociali. Infatti, questa capacità ci aiuta a comprendere i comportamenti altrui, dando un senso alle azioni messe in atto dagli altri e consentendo al bambino stesso di crearsi delle aspettative e di verificarle adattando poi il comportamento in base all’interlocutore che ha davanti e alla situazione. Una serie di esperimenti hanno utilizzato lo stimolo doloroso per studiare i substrati neuro-anatomici dell’empatia nei soggetti umani (Bernhardt, 2012) ed è stata osservata una maggiore attività corticale nei soggetti che hanno provato dolore in prima persona o hanno assistito al dolore di persone conosciute (Singer, 2004). Il fatto che è presente un attivazione corticale delle aree cerebrali associate al dolore quando la persona prova dolore o osserva il dolore provato da una persona conosciuta potrebbe significare che l’empatia è in grado di alterare la propria percezione del dolore.
Empatia e disturbo della condotta
Come anticipato precedentemente l’empatia è fondamentale per la relazione con l’altro, per comprendere pensieri e comportamenti altrui ed adattare il proprio comportamento. Molte disturbi di personalità nell’uomo come il disturbo borderline di personalità, il disturbo antisociale, il disturbo schizoide e quello narcisistico di personalità, presentano tuttavia delle alterazioni per quanto riguarda la sfera empatica. In uno studio di Schulze e Roepke nel 2013 viene analizzato il volume della materia grigia presente nell’insula anteriore sinistra nei pazienti con disturbo narcisistico di personalità rispetto ai controlli sani. Qui viene rilevato un minor volume di materia grigia nell’insula anteriore sinistra e nella corteccia frontale e dorso laterale nei soggetti con disturbo narcisistico rispetto ai controlli. Queste regioni del cervello si sovrappongono con i circuiti neurali implicati nella rappresentazione dell’empatia. Quindi la minore presenza di volume di materia grigia in queste aree potrebbe essere correlata a menomazioni nell’empatia (Schulze e Roepke, 2013).
Nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5) il disturbo della condotta viene classificato come “una modalità di comportamento ripetitiva e persistente in cui i diritti fondamentali degli altri oppure le norme e le regole della società appropriate per l’età adulta vengono violate”. Il DSM-5, evidenzia una percentuale maggiore di incidenza del disturbo nei maschi rispetto alle femmine. Da un punto di vista anatomico i comportamenti aggressivi e violenti sono associati a disfunzioni nei lobi frontali e temporali. Lesioni nelle aree orbito frontali possono portare ad uno scarso controllo degli impulsi e quindi a irritabilità, aggressività, impulsività. Anche lesioni all’amigdala (struttura importante per la risposta alla paura) può portare all’incapacità di decodificare il significato delle espressioni facciali e quindi anche all’incapacità di interpretare in maniera adeguata i segnali sociali e dunque produrre una risposta alterata alla paura.
Il test della formalina nei roditori
Questo test viene utilizzato in laboratorio per valutare il dolore e l’analgesia dovuta a sostanze e prevede la somministrazione di un piccolo volume di formalina nella zampa posteriore del topo e la registrazione di alcuni comportamenti come il paw-licking della zampa iniettata e il sollevamento della zampa. Si registrano diversi parametri del paw-licking come la durata, la frequenza e la latenza. L’iniezione di formalina induce due periodi distinti di attività: una prima fase che ha una durata di circa 5 minuti e una seconda fase che si manifesta 10-20 minuti più tardi (Gioiosa et al., 2009). Le concentrazioni di formalina riguardano una dose bassa (0,02-0,2%) e una dose alta (1%)utilizzata per indurre sia la fase iniziale che quella tardiva (Rosland et al, 1990). Nel mio lavoro di tesi all’Istituto Superiore di Sanità, questo test è stato adottato come stimolo dolorifico per valutare alcuni comportamenti riconducibili all’empatia che nel topo viene definita “emotional contagion” (Langford et al., 2006).
Questo test effettuato con la costruzione di un apposito apparato ci ha permesso di individuare due sottogruppi di topi “High empathy” (HE) e “Low Empathy” (LE) e a confermare che a parità di concentrazione di formalina nei topi osservatori (0,2%) la risposta al dolore è modulata dal contesto sociale. Interessante notare che i Low Empathy mostrano un minore interesse nei confronti del topo a cui è stata iniettata una maggiore dose di formalina (1%), rivolgono meno lo sguardo verso di lui e trascorrono più tempo lontano dal suo compartimento e dunque come i soggetti con disturbo della condotta mostrano meno interesse dovuto a scarsa socialità. L’interesse aumenta quando il test viene ripetuto somministrando a tutti topi diverse dosi di ossitocina intranasale dove nei LE la dose alta di ossitocina (20 µg/kg) induce un aumento significativo nel comportamento di paw-licking rispetto ai controlli (Zoratto et al., 2018). Questo indica dunque un aumento del coinvolgimento emotivo dei topi LE in seguito al trattamento con ossitocina, peptide che svolge un ruolo importante nel contatto e nel riconoscimento sociale e nella modulazione dei legami parentali .
Riferimenti Bibliografici
Bernhardt BC, Singer T. The neural basis of empathy. Annual Reviews of Neuroscience 35 (2012)
Gioiosa L., Chiarotti F., , Alleva E., Laviola G., A trouble shared is a trouble halved: social context and status affect pain in mouse dyads. Plos one.
Langford DJ, Crager SE, Shehzad Z, Smith SB, Sotocinal,SG, Levenstadt J, Chanda ML, Levitin DJ, Mogil JS. Social modulation of pain as evidence for empathy in mice. Science 312 (2006)
Martinotti G., Janiri L., Caroppo E., Prontuario di psichiatria. Società Editrice Universo
Rizzolatti G and Craighero L. The mirror-neuron system. Annual Review of Neuroscience 27 (2004)
Rosland JH, Tjølsen A, Maehle B, Hole K. The formalin test in mice: effect of formalin concentration. Pain 42 (1990)
Schulze L., Dziobek I., Vater A., Heekeren HR., Bajbouj M., Rennerberg B., Heuser I., Roepke S (2013). Grey matter abnormalities in patient with narcissistic personality disorder. Journal of psychiatric research.
Smith A. Cognitive empathy and emotional empathy in human behavior and evolution. Psychological Record 56 (2006)
Zoratto F., Sbriccoli M., Martinelli A., Jeffrey C., Macri S., Laviola G. Intranasal oxytocin administration promotes emoziona contagion and reduces aggression in a mouse model of callousness. Neuropharmacology (2018).




