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Che cos’è la dislessia evolutiva?

La dislessia evolutiva è uno dei DSA, ossia disturbi specifici dell’apprendimento. Questi sono disturbi del neuro-sviluppo. Con il termine dislessia si intende una difficoltà specifica nelle abilità di lettura. Tuttavia per poter porre questa diagnosi è importante che non vi siano disturbi sensoriali e/o deficit intellettivi (A.P.A., 2014). È importante sottolineare che vi è una differenza tra dislessia evolutiva e dislessia acquisita. Erroneamente si ritiene che la dislessia evolutiva sia tipica dei bambini, ma non è proprio così. Infatti, dislessia evolutiva implica l’incapacità di leggere e di sviluppare questa abilità, che quindi non è mai stata presente. Invece, con il termine acquisita si vuole sottolineare che in passato la persona possedeva tale abilità ma che poi l’ha perduta. Per tanto, si può affermare che la dislessia evolutiva è più tipica nei bambini, ma ciò non toglie che può esserci nell’adulto, anche perché questi bambini cresceranno.

Oggi, si sente parlare sempre più spesso di DSA e di dislessia ed il numero delle diagnosi è in aumento. Questo non vuol dire che in passato non c’erano bambini con questa patologia, ma solo che non veniva diagnosticata. Tuttavia, magari questi bambini erano quelli che interrompevano gli studi e venivano etichettati con il termine “asini”. Nella società odierna non è più così, anche se a volte c’è chi ritiene, sbagliando, che questi bambini siano svogliati. L’eziologia della dislessia non è ancora nota. Tuttavia si ritiene che vi sia un’origine genetica che si interseca con i fattori ambientali (Vicari et al., 2010). L’importanza che la genetica ha in questa patologia viene confermata dagli studi sui gemelli omozigoti (Gayàn et al., 2001). Inoltre, è più probabile che la dislessia venga diagnosticata a bambini che hanno dei familiari dislessici.  Quando si formula una diagnosi di dislessia, si tiene conto di alcuni parametri: accuratezza e velocità nella lettura e comprensione del testo (A.P.A.,2014).

 

Modelli neuropsicologici

Esistono diversi modelli neuropsicologici che è utile conoscere per comprendere come fare diagnosi e soprattutto come applicare un training. Uta Frith (1986) ha teorizzato il modello evolutivo dello sviluppo della lettura. Secondo questo modello, esistono tre stadi di apprendimento della lettura: logografico, alfabetico e ortografico. Il primo stadio consiste nell’associare un’immagine che viene presentata frequentemente (ad esempio, bar) con la corrispettiva rappresentazione fonologica, già conosciuta. Nella fase alfabetica, il soggetto deve avere una buona consapevolezza fonologica e deve essere capace di convertire il grafema in fonema. In altri termini, deve convertire il segno scritto in suono ed è questo processo che consente di leggere nuove parole. Il terzo stadio si sviluppa se e solo se si è sviluppato il secondo stadio in modo adeguato. Nel terzo stadio si crea una corrispondenza tra il lessico fonemico (già posseduto) ed il lessico ortografico che si sta sviluppando grazie all’esperienza con le stringhe grafemiche.

Quindi, secondo tale modello, in teoria non è possibile diagnosticare una dislessia evolutiva fonologica. La dislessia fonologica implica che il soggetto sappia leggere le parole conosciute ed irregolari ma non sappia leggere le parole nuove e le non parole. Questo perché, il modello di Uta Frith prevede che per svilupparsi il terzo stadio e quindi sviluppare la procedura lessicale, si sia sviluppato adeguatamente il secondo e quindi la procedura sub-lessicale. Tuttavia, è possibile che accada il contrario e quindi si può diagnosticare una dislessia superficiale cioè la persona ha una procedura sub-lessicale normale ma un deficit nella procedura lessicale. Di fatti, lo sviluppo adeguato della fase alfabetica è una condizione necessaria ma non sufficiente per sviluppare la fase ortografica.

Karmiloff-Smith (1998) elabora un modello neurocostruttivista. Egli ritiene che un disturbo di un complesso processo domino specifico (come la lettura), deve ricercarsi nelle funzioni neurocognitive più elementari dominio generali. Si da importanza al concetto di neuroplasticità all’ambiente che è capace di plasmare lo sviluppo dei circuiti cognitivi.

 

La visione odierna della dislessia

Il modello di Karmiloff-Smith (1998) suggerisce di dare rilievo alla riabilitazione. Infatti, dà importanza al concetto di neuroplasticità ossia la capacità del cervello di modificarsi in risposta all’esperienza. Questo vuol dire che il training riabilitativo consente di fare esperienza e quindi migliora la condizione dei dislessici. Infatti, esiste una differenza tra il bambino dislessico ed i compagni di classe per quanto riguarda le capacità di lettura che può e deve essere ridotta il più possibile ma non potrà mai essere pari a zero. Inoltre, sembrerebbe esserci un deficit dell’automatizzazione. Diversi studi (Vicari et al.,2005; Bennett et al.,2008) dimostrano che i bambini dislessici, rispetto ai normo lettori, hanno una capacità ridotta di acquisire procedure e non svolgono in modo adeguato compiti che richiedono un’elevata automatizzazione di abilità fini e grosso-motorie. Inoltre Menghini e colleghi (2006) hanno dimostrato che i dislessici hanno un’alterata attività cerebellare, mentre svolgono compiti di automatizzazione e di apprendimento implicito.

Oggi, si ha l’idea di un modello multifattoriale per spiegare la dislessia (Heim et al., 2008). Infatti, la dislessia può essere dovuta a diversi fattori:

  • Un deficit sensoriale uditivo, con disfunzioni temporali bilaterali;
  • Un deficit linguistico-fonologico, con disfunzioni della giunzione temporoparietale sinistra;
  • Un deficit sensoriale visivo, con disfuzioni occipitoparietali bilaterali o sottocorticali;
  • Un deficit ortografico, con disfunzioni all’area della forma specifica per la parola nel giro fusiforme sinistro;
  • Un deficit attenzionale multisensoriale, con disfunzioni bilaterali temporoparietali;
  • Deficit dell’automatizzazione e dell’apprendimento implicito, con disfunzioni del cervelletto.

Tenere conto di tutto questo e dei vari modelli è fondamentale sia per la diagnosi che per la compilazione e applicazione del training riabilitativo. Infatti, a seconda del tipo di deficit e della persona con cui si lavora, si stabilisce il modo migliore di riabilitarlo. Quindi, anche in questo caso è necessario fare un buon assessment e una buona valutazione neuropsicologica. Inoltre, si deve tenere conto anche degli aspetti emotivi e dei fattori ambientali.

 

Riferimenti Bibliografici

A.P.A. (2014). DSM-5, Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. Milano: Cortina Raffaello.

Bennett, I.J., Romano, J.C., Howard, J.H. & Howard, D.V. (2008). Two forms of implicit learning in young adults with dyslexia. Annals of the New York Academy of Sciences, 1145,184-198.

Frith, U. (1986). A developmental framework for developmental dyslexia. Annals of Dyslexia, 36, 69-81.

Gayàn, J. & Olson, R.K. (2001). Genetic and environmental influences on orthographic and phonological skills in children with reading disabilities. Developmental Neuropsychology,, 20,487-511.

Heim, S., Tschierse, J., Amunts, K., Wilms, M., Vossel, S., Willmes, K. et al. (2008). Cognitive subtypes of dyslexia. Acta Neurobiological experimental, 68,73-82.

Karmiloff-Smith, A. (1998). Development itself is the key to understanding development disorders. Trends in Cognitive Sciences, 2, 389-398.

Menghini, D., Hagberg, G.E., Caltagirone, C., Petrosini, L. & Vicari, S. Implicit learning deficits in dyslexic adults: An fMRI study. Neuroimage, 33,1218-1226.

Vicari, S., Bellucci, S. & Carlesimo, G.A. (2005). Visual and spatial long-term memory: Differential pattern of impairments in Williams and Down syndrome. Cortex, 32, 503-514.

Vicari, S. & Casell,i M. C. (2010). Neuropsicologia dello sviluppo (pp. 135-148). Bologna: Il Mulino.