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Lasciarsi andare

Esiste la possibilità di rinunciare a vivere, lo si legge in un articolo sul sito ilgiornale.it che riporta uno studio svolto dalla Portsmouth University. Il professor John Leach, fautore della ricerca, che ha pubblicato i risultati sulla rivista scientifica “Medical Hypotheses”, dichiara che l’essere umano può maturare la decisione definitiva di non avere più posto nella vita. Una scelta che può portare un individuo a morire in un lasso di tempo brevissimo, anche di soli tre giorni. Una diagnosi inquietante, ma il dottor Leach afferma che esistono dei precisi campanelli di allarme, che non devono essere sottovalutati, quando una persona ha deciso di abbracciare la morte; la cosa importante è saperli riconoscere per tempo, così da poter rendere reversibile un processo che si completa in pochissimo tempo. Leach sgombra il campo da facili fraintendimenti nel caso in cui si percepiscano determinati segnali, che possano attirare l’attenzione sul malessere di un individuo.

Non si tratta di depressione o ideazione del suicidio, ma di un atto di resa totale alla vita; un impeto ad alzare bandiera bianca, senza vagliare la possibilità di altre prospettive, senza porre nessuna condizione se non quella di morire. Ha un nome questo tipo abbandono della vita, si chiama “morte psicogena”, e il professor Leach la cataloga come una vera e propria malattia. Nelle ricerche svolte insieme ai suoi collaboratori, Leach ha potuto constatare che la condizione tende a presentarsi con più frequenza in seguito ad eventi traumatici, che risultano irreparabili. La persona, vittima del trauma, distorce i fatti a tal punto da prendere atto che è giunto il momento di lasciarsi andare; asseconda la morte. La morte psicogena può fornire una valida spiegazione quando chi perde il proprio compagno di vita, a sua volta, molto di frequente, segue lo stesso destino poco dopo.

 

La morte psicogena ai tempi della guerra di Corea

Questo fenomeno era già noto ai tempi del conflitto del trentottesimo parallelo, la guerra di Corea: gli uomini caduti prigionieri smettevano di parlare, mangiare e di praticare una qualsiasi attività sociale, e nel giro di pochi giorni morivano. Una sconfitta in guerra si era tramutata in una disfatta totale su tutti gli aspetti della vita, tanto da prendere la decisione di lasciarsi andare. E proprio quando si matura questa sensazione di disfatta, e di desiderio di abbandonarsi a questo flusso mortale, secondo Leach contemporaneamente si attiva un cambiamento dell’attività di una regione del cervello, quella che dà le motivazioni per prendersi cura di se stessi. Questi traumi sono in grado di danneggiare l’attività della “corteccia cingolare anteriore”, ossia quella zona del cervello che funge per l’uomo come un silenzioso sistema d’allarme, in grado di elaborare problemi, pericoli, conflitti.

Un processo fatale, ma che secondo il professor Leach può essere reversibile, se preso per tempo, e riuscire a comprendere, trovare, un nuovo senso alla propria esistenza. Curare le ferite, capire che non sono state mortali e proseguire a vivere. Tutto questo può accadere solo se chi vive a fianco della persona, rimasta vittima di questo diabolico processo, capisce quali sono i segnali premonitori di una possibile morte psicogena. Nei suoi studi il dottor Leach ha potuto osservare tutti i percorsi effettuati dai soggetti presi in esami, le tappe raggiunte dall’evento scatenante fino a raggiungere la morte. Una via crucis dove Leach ha stilato cinque campanelli d’allarme che sono in grado di mettere in allerta, così da poter prendere provvedimenti ed evitare una tragedia. Certo non è cosa semplice, ma riconoscerli e saperli assemblare è, mai come in questo caso, di vitale importanza.

 

I cinque campanelli d’allarme

Il primo campanello d’allarme è il ritiro sociale. Una vittima di traumi è portata ad evitare il prossimo, bloccato da una grande difficoltà nell’esternare le proprie emozioni, così da diventare insensibile a quelle degli altri. Una fase che se protratta a lungo può essere un segnale di perdita di entusiasmo e interesse nei confronti della vita. Il secondo campanello è l’apatia, una totale perdita d’interessi, fino a non avere più voglia di prendersi cura di se stessi, diventa un’enorme fatica anche decidere di farsi un bagno. Il terzo è l’abulia, un’inerzia totale, accompagnata all’incapacità, di prendere decisioni o iniziative. In questa fase la persona può continuare a prendersi cura degli altri, ad esempio i figli, ma finisce di occuparsi del proprio benessere. Un senso di vuoto gli afferra la mente e riscontra grandi difficoltà nel parlare. Al quarto stadio si può riscontrare l’Acinesia, un deficit nell’avvio della sequenza motoria.

Si può rilevare quando la persona dimostra molta fatica nel muoversi, diventa incontinente e non bada più alla pulizia della casa. Può manifestarsi anche insensibilità al dolore, dato che non trova più motivi per salvarsi dall’inferno creatosi nella sua mente e per prendersi cura della sua vita. L’ultimo stadio, che può insorgere dopo le quattro precedenti, è quello che porta a perdere qualsiasi interesse per la vita o di attaccamento ad essa, cancella anche l’istinto di sopravvivenza. Si manifesta anche con dei gesti volontari contro la propria incolumità. Leach fa l’esempio dei campi di concentramento: gli individui che volevano morire si potevano riconoscere, perché in cambio delle sigarette barattavano le proprie razioni di cibo. Quando l’internato fumava la sigaretta, gli altri compagni sapevano che si era lasciato andare del tutto e che presto sarebbe morto. Forse per queste persone la vita è talmente preziosa che una volta macchiata da qualcosa di oltraggioso diventa insostenibile convivere con quel trauma.

Davide Testa

Segretario di Psicotypo ODV