La solitudine fa male anche a tavola
Secondo i dati di un sondaggio effettuato dalla Oxford Economics, condotto su circa ottomila britannici mangiare frequentemente da soli può far male. Il dato significativo dell’indagine è che gli individui che mangiano regolarmente da soli presentano, in termini di felicità, un punteggio di 7,9 inferiore rispetto alla media della nazione. Lo studio conferma che consumare i pasti da soli non è salutare da un punto di vista psicologico, rende più facile un’esposizione all’infelicità, scaturita dalla mancata condivisione di un momento appagante come può essere un pranzo o una cena. Le ricerche in merito hanno dimostrato che mangiare in compagnia aumenta il grado di felicità, e soddisfazione verso la propria vita, delle persone. Un rituale sociale che è da sempre esistito nelle comunità di tutto il mondo, che rafforza i momenti di comunicazione, portando i partecipanti ad un convivio che aiuta a sentirsi più vicini e connessi uno all’altro, indipendentemente dal fatto con chi si siede a tavola (familiari, amici, colleghi).
Robin Dunbar, docente di psicologia che ha partecipato alla ricerca, ha dichiarato che i motivi che rendono più felici mangiando insieme sono ancora ignoti. Di sicuro pasteggiare con le persone con cui si sta bene stimola le endorfine, ossia gli oppiacei endogeni di natura organica, prodotte dal cervello, con proprietà analgesiche e fisiologiche rapportabili a quelle fornite dalla morfina. Si producono quando si fanno particolari attività fisiche, come praticare uno sport, e rilasciano una diffusa sensazione di benessere corporeo e mentale. Lasciarsi andare ad attività sociali, anche quando si vive un particolare momento della vita, in cui si tende una ricerca della solitudine, stimola la produzione di endorfine e quindi aiuta nel mantenere un benessere personale che, in un epoca vissuta tutta di corsa e contraddistinta da rapporti superficiali, spesso fugaci, risulta essere fondamentale.
Aggiungere un posto a tavola è salutare
Questo studio è il primo che mette in correlazione il grado di felicità con il consumo dei pasti in compagnia. Già dalla colazione di primo mattino, un caffè e delle brioches degustati insieme ai propri cari, o al bar con dei colleghi, predispone l’umore verso la felicità e porta ad affrontare la giornata in maniera più positiva. L’ennesima riprova fornita da questo studio, se mai ce ne fosse ancora bisogno di studi in questa direzione, che dimostra come l’essere umano abbia bisogno della socialità con i propri simili per sentirsi bene. Il professor Paul Gilbert, docente di Psicologia clinica, specializzato nei disturbi dell’umore e della psicopatologia correlata alla vergogna, fautore di una terapia cognitiva fondata sulla compassione, concepita come una forte sensibilità verso se stessi e il prossimo, ha rilasciato un’intervista al Guardian in cui conferma come gli uomini siano gli animali più sociali. Il cervello e il corpo dell’essere umano è formato in modo da regolarsi tramite le interazioni con il prossimo fin dal primo giorno di vita.
Tutti gli studi sociologici confermano come la solitudine sia una vera e propria minaccia per la salute. Ecco il perché dell’importanza di magiare insieme; la compagnia è un nutrimento sociale altrettanto importante come quello che è fornito al corpo tramite un piatto di pasta. Considerazioni che ai più possono risultare banali, ma se certe verità necessitano addirittura del supporto di un’indagine, c’è di che dover riflettere sulle attuali condizioni delle reti sociali di milioni e milioni di individui. Un problema non nuovo, soprattutto per i sudditi della Regina Elisabetta, infatti il governo ha deciso di istituire un Ministero della Solitudine, una notizia, quest’ultima, trattata anche su Psicotypo. La solitudine sembra essere uno dei drammi più pressanti che colpisce sia l’uomo d città che quello della provincia. Sette miliardi e mezzo di individui girano per il mondo e la solitudine è una piaga. Uno dei tanti paradossi del progresso.
L’uomo ha bisogno del confronto
Leggere questo genere di articoli fa un po’sorridere, almeno chiunque abbia un minimo senso della realtà. Non c’è bisogno di conoscere l’esatta correlazione che potrebbe sussistere tra il nutrirsi e il farlo in compagnia; lo sapevano i nostri nonni, e i nonni dei nostri nonni, che la condivisione con gli altri è uno dei fondamenti per condurre una vita sana e appagante da un punto di vista emotivo e non solo, magari non avevano le giuste parole per dirlo, ma lo avvertivano chiaramente dentro di loro. In Gran Bretagna hanno finalmente riconosciuto l’entità del problema su scala nazionale e hanno cominciato a cercare delle soluzioni. Famiglie sempre più disunite, frammentate e condizionate dall’esasperante nichilismo che alberga nell’uomo moderno; capacità di socializzazione ridotte al lumicino, soprattutto quando parliamo dei giovanissimi i quali stanno facendo i conti con il famigerato fenomeno dell’Hikikomori e si rifugiano nelle loro camerette e vivono in mondo virtuale, dove la vita passa attraverso il monitor di un PC.
Oggi non si parla di un problema se non c’è una ricerca e il di turno che ne certifichi l’esistenza, le modalità, le conseguenze sulla salute. Ma non c’è bisogno di appositi studi per intuire la portata del problema, basta analizzare la propria vita per rendersi conto di come le relazioni sociali si siano diradate, frammentate, sterilizzate. Nel tempo del dominio della tecnica, per condurre una vita più agiata e sicura, ci si ritrova immersi in un mondo dominato dalla diffidenza e l’incapacità di relazionarsi. Fioriscono corsi di autostima, tecniche per la conquista di un amore, training che aiutino a sciogliersi per diventare più socievoli. I bambini non escono più e socializzano solo nei contesti obbligati, rimanendo concentrati solo su loro stessi e alla ricerca di appagamenti esclusivi che, una volta ottenuti, al limite condividono su Instagram.




