L’involuzione della società italiana
Sul sito dell’Huffingtonpost.it, un’intervista al professor Massimo Ammaniti, psicoanalista e docente onorario di Psicopatologia dello sviluppo presso la facoltà di Medicina e Psicologia dell’università La Sapienza di Roma, descrive una società che fomenta un clima di odio e che sta perdendo la capacità d’empatia; una società dove tutto è possibile, una volta smarrito il senso di colpa e di vergogna. Riflessioni che prendono spunto dai vergognosi atti di bullismo, e violenza, di Manduria e lo stupro di Viterbo, i quali sono il prodotto malato della odierna società italiana, catapultata in un’involuzione che mostra le sue aberrazioni. Ammaniti è anche autore del saggio “Adolescenti senza tempo”, Raffaello Cortina Editore. L’intervista inizia con la considerazione che per gli adolescenti di oggi il gruppo, i coetanei, diventa sempre più importante e predominante rispetto alla famiglia, sempre più frammentata e con i vari componenti che formano singoli universi paralleli. Uno spostamento del baricentro della vita dei giovani, in un luogo dove l’esempio degli adulti è totalmente assente, o svilito.
Giungere a commettere atrocità, come nel caso di Manduria, è una pratica che scaturisce dal fondamentale bisogno degli adolescenti di essere riconosciuti dai coetanei. Il gruppo si trasforma in complice e sembra l’aiuto migliore, l’unico, per la crisi d’identità che sorge tramite l’ingresso nell’adolescenza che porta alla maturazione fisica e sessuale e l’abbandono dell’età infantile. Il gruppo deve eliminare le ansie e i timori, come nell’approccio alla sessualità, in cui il ragazzo si chiede se è all’altezza o meno del compito. Inoltre, è un periodo di forti sbalzi degli stati emozionali, in cui si teme di perdere il proprio equilibrio, il rischio di potere impazzire, di fallire in tutto. A questi due aspetti si aggiunga il narcisismo adolescenziale: il bisogno di esibirsi e farsi riconoscere dagli amici. In un contesto animato da tali bisogni, le persone fragili, sia interne che esterne al gruppo, sono viste come una minaccia alla sopravvivenza del gruppo stesso.
La rigidità di un gruppo e la mancanza di empatia
L’oltraggio del diverso, del debole, risponde alla rigida identità del gruppo, etichettato come una minaccia, un insulto, e dà il modo di scatenare l’istinto del branco. Il “pazzo di Manduria”, lo “scemo del villaggio”, simboleggia la vulnerabilità, e nel gruppo, gli altri “normali”, si scatena il bisogno di cancellare, estirpare ogni debolezza perché si instaura il timore di esserne contagiati. I diversi dal gruppo mettono in discussione gli schemi rigidi dello stesso e, secondo Ammaniti, risulta essere il problema di fondo degli adolescenti e, in generale, anche di certe reazioni a livello sociale: ogni volta che si presenta un’incertezza sulla propria identità, essa deve essere riaffermata, anche ricorrendo alla brutalità, alla violenza gratuita, al predominio sugli altri. Il gruppo deve principalmente deve mostrare a se stesso, e poi agli altri, che è autonomo, potente, spietato. Sono personalità, sul piano psicopatologico, dannose. Giovani privi di emozioni, duri e incapaci di empatia verso il prossimo.
Per ciò che riguarda i genitori che arrivano ad aggredire gli insegnanti, perché reputati colpevoli di ingiuste valutazioni e incapaci di valorizzare i propri figli, Ammaniti fa un discorso diverso. Il figlio, che in questa epoca è, di sovente, unico, è considerato un capitale familiare su cui si è investito; come tale va difeso ad ogni costo e valorizzato con ogni mezzo. I genitori non tollerano le eventuali le debolezze dei figli, così da generare un meccanismo paranoideo dove gli altri sono il pericolo. Tornando ai gruppi giovanili, il professor Ammaniti dichiara che essi sono nati nel secondo dopoguerra. Il cinema ha affrontato la tematica con film come “Gioventù bruciata” e “Arancia Meccanica”, dove erano descritti come fenomeni esistenti ma marginali, in cui i protagonisti erano antisociali e predatori. Meccanismi del tutto simili a quelli di oggi, solo estremamente molto più diffusi nell’universo giovanile.
La famiglia ha perso l’autorità
Quello che è accaduto è stato un graduale crollo dell’autorità della famiglia. Abbiamo genitori impreparati e incapaci nell’affrontare il conflitto generazionale con i figli, facendone alla fine dei complici più o meno inconsapevoli. Esempio lampante è il padre di uno dei due presunti stupratori di Viterbo. L’uomo consiglia al figlio di liberarsi del telefonino, contenente filmati raccapriccianti dell’aggressione; una totale assenza di qualsiasi responsabilità genitoriale. I genitori non sanno più stabilire dei confini precisi per i figli, di frapporre ostacoli utili ad educare, di essere una guida sicura per farli diventare adulti. Come cassa di risonanza, inoltre, ci sono i social network che amplificano a dismisura il fenomeno. La messa in rete dei video delle proprie “imprese” per autocompiacimento e consenso malato, per dare una prova concreta della propria forza. Malmenare una persona con disagi psichici, violentare una donna e mostrare le immagini come un trofeo da mostrare a tutti.
Per arginare il fenomeno bisogna, prima di tutto, smetter di essere complici con il silenzio. La ragazza di Manduria, che ha avuto il coraggio di denunciare alla polizia sfidando il gruppo, ragazzo compreso, ha dimostrato che si può. Il problema, però, restano le famiglie, in questo deserto umano, che non riescono ad essere incisive e fanno credere ai figli di poter fare tutto quello che si vuole. Le famiglie devono essere le prime a punire severamente, quando arriva il giudizio delle istituzioni ci troviamo già in netto ritardo. Sono i genitori i primi a dover mostrare con i fatti, il senso di umanità verso il prossimo. Sono i genitori i primi a dover insegnare cosa è giusto fare e cosa è sbagliato. Non devono essere le sentenze di un giudice a ricordarlo. I genitori restano i principali imputati, i campanelli d’allarme suonano da tempo e di solito ci riduciamo ad apprendere sgomenti, o armati di cinismo, le cronache che testimoniano la deriva. L’istituzione della famiglia ha subito notevoli mutamenti negli ultimi trent’anni e gli attori principali, madri e padri, sono imbottigliati in una rete sociale che li porta ad avere un’infinità d’impegni nell’arco delle ventiquattro ore. A questo si aggiunga il culto dell’io, nota caratterizzante di questa epoca e, grazie ai social, possiamo averne una giusta testimonianza, basta farsi un giro sui profili Instagram. Si formano nuclei familiari fragili in partenza, destinati a sgretolarsi nel giro di pochi anni e privi di quell’autorità che aiuti ad insegnare ai nuovi nati l’esistenza dell’altro, fondamentale per la società proprio grazie alle sue caratteristiche diverse dalle nostre. Di questi tempi i giovani apprendono, da mamma e papà, che l’altro è solo un concorrente o un mezzo per la personale affermazione nel mondo.




