Il morbo di Parkinson
Il morbo di Parkinson è una patologia neuro-degenerativa ed ingravescente. È una patologia che rientra nelle patologie neuro-motorie. Colpisce il sistema nervoso extrapiramidale, causa dei problemi di movimento e di equilibrio. L’età d’insorgenza è intorno ai 55-60 anni, anche se ci sono rari casi in cui l’esordio è precoce (Cambier J., et al., 2008). Di solito, tra i primi sintomi che si presentano, vi è il tremore a riposo. Tuttavia, potrebbe succedere che questo sintomo non compaia. Oltre al tremore a riposo, la persona con Parkinson presenta bradicinesia e rigidità. Inoltre, nelle fasi più avanzate della patologia, sono più frequenti le perdite d’equilibrio e di conseguenza le cadute. Tutto questo è dovuto all’instabilità posturale, ciò non fa altro che complicare maggiormente il quadro clinico. Di fatti, queste cadute possono compromettere il piano di trattamento fisioterapico, soprattutto se il paziente si procura delle fratture. Da considerare anche l’impatto che ciò ha sui caregiver.
Le lesioni che questa patologia produce, coinvolge i gangli della base, nello specifico la pars compacta della sostanza nera. Si tratta di una struttura mesencefalica che è deputata alla corretta esecuzione dei movimenti. Di fatti, proprio qui, sono contenuti i neuroni dopaminergici, che si proiettano verso lo striato (Cambier J.,et al., 2008).
L’invecchiamento fisiologico è responsabile della riduzione numerica dei neuroni della sostanza nera. Tuttavia, ciò non può spiegare l’esordio di questa patologia. I fattori di rischio per questa patologia sono sia ambientali che genetici. L’incidenza genetica, viene dimostrata anche dalla storia familiare, è più probabile che le persone con il Parkinson abbiano avuto parenti con la stessa patologia. Invece, tra i fattori ambientali, vi è l’esposizione continua a pesticidi, anche se non è stata attribuita una causalità (Cambier J., et al., 2008). Tra i fattori protettivi, vi è il consumo di tabacco, anche se chiaramente causa altre patologie, che possono portare alla morte.
Le patologie cognitive
Non sempre il Parkinson è accompagnato da deterioramenti cognitivi, tuttavia può capitare. Per porre tale diagnosi, è necessario che vi siano dei deficit cognitivi e che sia stato diagnosticato il morbo di Parkinson (DSM 5). Questo potrebbe verificarsi anche perché la dopamina, è coinvolta anche nei processi emotivi e mnesici, quindi non regola solo la motricità. Inoltre, si ha anche uno squilibrio della noradrenalina che regola l’umore, l’attenzione, il ritmo circadiano e protegge la traccia mnesica. La maggior parte dei neuroni noradrenergici si trova nel locus ceruleus che con tale patologia degenera. Quando oltre ai disturbi motori sono presenti i disturbi cognitivi, la situazione diventa più complicata e anche la gestione. Le difficoltà che si riscontrano più facilmente sono quelle attentive ed esecutive (Wang Y.C., et al., 2015). Chiaramente si hanno altri deficit cognitivi che sono consequenziali, di fatti i problemi di memoria possono essere dovuti a problemi attentivi ed esecutivi.
La valutazione cognitiva, di solito, si effettua perché i familiari notano delle differenze nelle prestazioni. È consigliabile, rivolgersi al neuropsicologo per fare tale valutazione o a uno psicologo. È importante, comprendere la storia della patologia, vedere se sono presenti sintomi depressivi. Infatti, la depressione da sola potrebbe compromettere i risultati ai test. Poi devono essere indagati tutti i domini cognitivi, compresa l’efficienza generale. Dallo studio condotto da Wang e colleghi (2015) è emerso che il MOCA è più sensibile del MMSE, nel rivelare le difficoltà dei pazienti cinesi con tale patologia che hanno partecipato a tale studio. Questo, si può spiegare, anche tenendo conto che il MOCA indaga di più e con più accuratezza le funzioni esecutive. Sembra che i pazienti con Parkinson abbiano più problemi di natura esecutiva. Infatti, l’attenzione può essere considerata una competenza controllata dalla parte prefrontale del cervello. Chiaro che i deficit attentivi tendono a compromettere anche gli altri domini cognitivi.
La danza come terapia?
È stato dimostrato che attività come il Karate e la danza migliorano l’equilibrio di queste persone. Dahmen-Zimmer e Jansen (2017) hanno dimostrato che l’umore si mantiene stabile sia nei pazienti che fanno Karate che in quelli che fanno danza, mentre decresce nel gruppo di controllo. Questo dato è confermato anche da una meta analisi che evidenzia il miglioramento non solo dei sintomi motori ma anche della qualità della vita (Dos Santos Delabary M., et al.,2018). Chiaramente va aggiunta alla tradizionale terapia, proprio perché migliora i sintomi non motori e su questi, la terapia tradizionale, con la L-dopa, non agisce. Si è visto che la danza funziona, indipendentemente dal tipo. Di fatti, il tango adattato, in base alle esigenze di questi pazienti e al grado di compromissione, ha dei buoni risultati e migliora la qualità della vita (Holmes et al.,2015). Così come, la samba brasiliana migliora le abilità motorie, l’equilibrio, l’andatura e la postura dei pazienti brasiliani (Tillman et al.,2017).
Oggi, si è visto che anche il popping adattato ai pazienti con Parkinson migliora l’umore ed i disturbi d’equilibrio. Questo viene riportato dalla Stampa, anche se non ci sono delle conferme scientifiche sui benefici che il popping porta a questi pazienti. A Torino, vengono fatti dei corsi di popping alle persone con il Parkinson. Così il tremore che diventa una risorsa, dato che nel popping si trema a ritmo di musica. I pazienti, in questo modo, accettano più facilmente anche il tremore stesso. Chiaramente, quando si creano i gruppi bisogna fare attenzione a mettere i pazienti che si trovano nella stessa fase della patologia. Inoltre, oltre a migliorare le condizioni fisiche, migliora anche l’umore e la qualità della vita. In quanto durante questi incontri incrementa la socialità e i pazienti si riuniscono per fare qualcosa dove non si sentono giudicati. Trascorrono delle ore divertendosi e sentendosi compresi, trovandosi con persone che provano le stesse emozioni e sensazioni.
Riferimenti bibliografici
A.P.A. (2014). DSM-5: Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. Milano: Cortina Raffaello.
Cambier , J., Masson, M., Masson, C. (2008). Abreges de neurologie. Elsiver Masson. (Trad. It. Neurologia,Milano, 2010).
Dammene-Zimmer, K. & Jansen P. (2017). Karate and dance training to improve Balance and Stabilize Mood in Patients with Parkinson’s Disease: A Feasibility study.Front Med ,19.DOI:10.3389/fmed.2017.00237.
Dos Santos Delabary , M., Komeroski, I.G., Montiero, E.P., Costa, R.R. & Hans I.G.(2018). Effects of dance practice on functional mobility, motor symptoms and quality of life in people with Parkinson’s disease: a systematic review with meta-analysis. Aging clin Exp res, 30 (7):727-735. DOI:10.1007/s40520-0170836-2.
Holmes, W. M. & Hackney M.E. (2017). Adapter tango for adults with Parkinson’s disease: a qualitative study. Adapt Phys Activ Q., 34 (3):256-275. DOI:10.1123/Apaq-2015-0113.
Tillman, A.C., Indrade, A., Swarowsky, A. & Guimares, A.C.A. (2017). Brazilian samba protocol for inviduals with Parkinson’s disease: a clinical non-randomized study. JMIR Res Protoc, 6(7). DOI:10.2196/resprot.6489.
Wang, Y.Q., Tang, B.S., Yan, X.X., Chen, Z.H., Xu, Q., Liu, Z.H., et al. (2015). A neurophysiological profile in Parkinson’s disease with mild cognitive impairment and dementia in China. J Clin Neurosci, 22(6):981-5. DOI:10.1016/J.jocn.2014.11.030.




