Che cos’è l’autopsia psicologica e quando è nata
La psicologia investigativa è il settore della psicologia giuridica che, attraverso l’applicazione di teorie e metodi scientifici, si pone l’obiettivo di supportare le indagini giudiziarie. In questo ambito, l’autopsia psicologica della vittima costituisce un metodo scientifico, restrospettivo e indiretto, che viene applicato quando si verifica una morte le cui dinamiche non sono chiare. Questa tecnica può infatti aiutare a chiarire se ci si trova di fronte a un caso di suicidio, omicidio o incidente. In sostanza, unitamente alle prove medico-legali, essa consente una diagnosi differenziale in merito all’eziologia del decesso, pacifica la natura probabilistica delle sue conclusioni. L’obiettivo dell’offender profiling è quello di inferire le caratteristiche dell’autore di reato, la cui identità è sconosciuta. L’autopsia psicologica, invece, indaga lo stato psicologico della vittima, la cui identità è nota, consentendo il passaggio da un’ottica centrata sull’autore a un’ottica centrata sul sistema autore-vittima.
Le origini dell’autopsia psicologica risalgono alla seconda metà degli anni Cinquanta, negli Stati Uniti, quando un gruppo di ricercatori della Washington University di Saint Louis effettuò uno studio su 134 suicidi verificatisi nell’arco di un anno. Nello stesso periodo, a Los Angeles, il direttore dell’Istituto di Medicina Legale, Theodore Curphy, avviò una collaborazione con il Suicide Prevention Center diretto dagli psicologi Edwin S. Shneidman e Norman Farberow, per analizzare il fenomeno dell’incremento del numero di morti per droga. Presso lo stesso Suicide Prevention Center, all’inizio degli anni Sessanta, venne coniato il termine autopsia psicologica. Lo sviluppo maggiore del metodo si ebbe a Cuba, e il MAPI, il modello cubano, venne poi esportato in diversi Paesi dell’America Latina. Esso è stato validato attraverso tre ricerche svolte fra il 1990 e il 1996 su vittime di suicidio, omicidio e incidenti.
L’utilizzo nei casi di omicidio, suicidio e morte accidentale
L’autopsia psicologica può fare luce circa il movente, la genesi e la dinamica dei fatti in diversi ambiti. Pertanto essa assume importanza per la tipizzazione del delitto e per l’eventuale comminazione della pena.
- Suicidio: L’autopsia psicologica è finalizzata alla costruzione di un profilo psicologico del suicida per determinare la causa o le cause della sua morte. Essa può inoltre essere utile per distinguere tra tentato suicidio (a scopo dimostrativo) e mancato suicidio. O ancora, può consentire di capire se si ha a che fare con un omicidio del consenziente o se vi è stata un’istigazione al suicidio. Chi conduce l’autopsia psicologica dovrebbe essere preparato sulle teorie e i precursori del suicidio. Sulla base di questa conoscenza, egli indagherà sulla presenza di fattori di rischio, ad esempio difficoltà economiche, disturbi dell’umore, in particolare depressione maggiore, abuso di sostanze. L’autopsia psicologica è probabilmente la tecnica più diretta attualmente disponibile per determinare la relazione tra specifici fattori di rischio e suicidio (Cavanagh, 2003). Essa quindi si rivela utile anche in termini di prevenzione.
- Omicidio: Dallo studio delle caratteristiche delle vittime si può costruire un profilo dei criminali. E attraverso l’analisi delle banche dati si possono trovare eventuali analogie con altri casi e indirizzare le indagini.
La vittimologia ha dimostrato che la probabilità che un individuo diventi vittima di un reato non è casuale, ma è legata a caratteristiche biologiche, psicologiche e sociali. Comprendere se la vittima ha avuto un ruolo nella genesi del reato ha importanza per determinare, ad esempio, se c’è stata legittima difesa.
- Morte accidentale: L’autopsia psicologica può aiutare a capire se un incidente domestico non sia in realtà un omicidio mascherato, oppure un suicidio dissimulato dai parenti per ragioni assicurative. In caso di incidenti stradali, ha importanza capire se la vittima abbia avuto un ruolo perché ha assunto farmaci o droghe, o se si è intenzionalmente buttata sotto un mezzo.
Altri ambiti di utilizzo
L’autopsia psicologica trova utilità anche in ambito civile. Nel caso di impugnazione di azioni (matrimoni, testamenti e altro), ad esempio, quando vi è il sospetto che il soggetto non fosse capace di intendere e di volere nel momento in cui le ha poste in essere. Il metodo può trovare inoltre applicazione nei casi di persone scomparse, poiché un profilo psicologico può aiutare a individuare la causa della scomparsa e pianificare le operazioni di ricerca. Si tratta quindi di adattare una tecnica di indagine post-mortem per tracciare un profilo psicologico di una persona scomparsa. In questo caso l’obiettivo è cercare di rintracciare l’individuo o di rinvenirne il corpo. L’autopsia psicologica può essere inoltre impiegata per studiare il fenomeno del terrorismo suicida. L’analisi delle caratteristiche degli attentatori suicidi può infatti avere ricadute in termini di prevenzione, individuando i fattori di rischio e consentendo così di intervenire sui potenziali candidati.
Metodologia
L’autopsia psicologica è il risultato di un lavoro condotto da gruppi pluridisciplinari di esperti forensi (criminologi, medici legali, tossicologi, grafologi). Il procedimento prevede che si conducano interviste su aree di vita significative della vittima con amici, parenti, colleghi di lavoro. Si cerca di fare un esame approfondito del comportamento, dei pensieri, dei sentimenti e delle relazioni sociali dell’individuo nel periodo immediatamente precedente la morte. Una collaborazione con le autorità e la committenza renderà possibile l’analisi della documentazione medica, l’analisi dei risultati autoptici e della scena dove è avvenuto il fatto. Si studieranno effetti personali come diari, taccuini, corrispondenza, email, sms, presenza sui social network, per risalire allo stile di vita, allo stato mentale e alle aree di conflitto. Si presterà attenzione alle incongruenze e alla discordanza tra le immagini che le diverse persone danno della vittima. In questo modo si possono individuare segnali di allarme suicida ma anche, in caso di omicidio, ridurre la sfera dei sospettati.
L’intervista, secondo alcuni autori, andrebbe fatta da uno a sei mesi dopo l’evento e dovrebbe durare circa due d’ore. In questo modo si tiene sotto controllo l’interferenza emotiva e allo stesso tempo si conserva la limpidezza del ricordo. L’intervistatore dovrebbe adeguarsi al linguaggio dell’interlocutore ed evitare tecnicismi. Anche scegliere chi intervistare ha importanza. Nel caso di adolescenti si farà riferimento a genitori, fratelli, amici, insegnanti. Per gli adulti si cercheranno coniugi, parenti, datori di lavoro, amici, colleghi, medici, commessi di negozi o bar frequentati dalla persona. In merito agli anziani, può essere utile parlare con assistenti sociali, farmacisti, vicini o chiunque possa dare informazioni sulla presenza, ad esempio, di malattie o problemi economici. Il primo contatto è molto importante per creare un rapporto di fiducia affinché le persone siano disposte a collaborare. Anche l’analisi dei luoghi può essere rilevante. Dove la persona ha vissuto, lavorato, dove è morta, può consentire di trovare informazioni e individuare incongruenze.
Considerazioni etiche
La professionalità dell’intervistatore dovrebbe saper coniugare la sua esigenza di reperire informazioni con il rispetto dei principi etici. Poiché va a interrogare amici e parenti di una persona morta in circostanze drammatiche, egli deve sapere quando, dove e come avvicinarli e avere capacità di ascolto. Attraverso l’autopsia psicologica si cerca di ricostruire lo stato mentale della vittima analizzando le tracce lasciate (lettere, fotografie, diari) e toccando argomenti delicati. Si vanno a chiedere informazioni circa eventuali malattie mentali, assunzione di sostanze d’abuso, eventi di vita tragici, segnali di volontà suicida, appartenenza a sottoculture delinquenziali. Il rischio è di evocare nei sopravvissuti sentimenti di rabbia, di colpa o di vergogna. Per tutti questi motivi, chi conduce un’autopsia psicologica dovrebbe essere un professionista della salute mentale. Un’autopsia psicologica condotta con professionalità può inoltre fornire supporto emotivo e avere un effetto terapeutico, poiché può aiutare le persone vicine a comprendere le ragioni del gesto e ad elaborare il lutto.
Modelli di autopsia psicologica
Esistono diversi modelli di autopsia psicologica.
Il MAPI (Modelo de Autopsia Psicologica Integrado) cubano è un modello strutturato, sistematizzato ed è costituito da un protocollo di 59 items molto dettagliati. La metodologia scientifica utilizzata per convalidare il MAPI è stata sviluppata dal Ministero della Salute di Cuba, in particolare dall’Istituto di Medicina Legale di La Habana. A tutt’oggi il MAPI rappresenta il protocollo di autopsia psicologica più completo.
Il modello utilizzato nell’ambito dell’esercito degli Stati Uniti (ARMY) si pone l’obiettivo di sviluppare piani di prevenzione. I suicidi vengono classificati in tre tipi: 1. Chiaro intento suicida; 2. Suicidio impulsivo, non pianificato; 3. Nessun intento suicida (la vittima ha messo la sua vita in pericolo impegnandosi in attività ad alto rischio, assumendo sostanze d’abuso o altro).
Il modello usato nell’ambito del Naval Criminal Investigative Service (NAVY) consiste in quattro passaggi: 1. Esame accurato del luogo dell’evento (foto, videoregistrazione); 2. Studio dei documenti disponibili, dichiarazioni dei testimoni, rapporto dell’autopsia medica; 3. Revisione dei documenti relativi alla vita della vittima prima della morte (visite mediche, registri scolastici); 4. Interviste con persone significative (Acinas, Robles & Peláez-Fernández, 2015).
In Italia, Gaetano De Leo, il fondatore della psicologia giuridica moderna, ha integrato i contributi e i concetti forniti dai suoi predecessori, come Shneidman e Farberow, Ebert ed altri. Egli ha quindi cercato di sviluppare l’area relativa ai rischi, come la vulnerabilità relazionale, e ai possibili modelli interpersonali della vittima per far emergere le caratteristiche del reo (Volpini, 2012). Tuttavia, nel contesto italiano, e più in generale in Europa, questo metodo trova scarsa applicazione, a parte i casi di suicidi di appartenenti alle forze di polizia. Ciò anche per la mancanza di protocolli standardizzati, atti a facilitare l’intervista e la divulgazione dei risultati, derivanti da ricerche scientifiche.
Scritto da Anna Calabresi, psicologa clinica, esperta in psicologia giuridica, investigativa e criminale ed esperta in psicodiagnostica. Segue da anni le tematiche criminologiche, con particolare riferimento al terrorismo transnazionale
Riferimenti bibliografici
Acinas, M. P., Robles, J. I., & Peláez-Fernández, M. A. (2015). Suicide note and the psychological autopsy: Associated behavioral aspects. Actas Españolas de Psiquiatría, 43 (3), 69-79.
Cavanagh, J. T. O., Carson, A. J., Sharpe, M., & Lawrie, S. M. (2003). Psychological autopsy studies of suicide: A systematic review. Psychological Medicine, 33, 395–405.
Marvelli, E. (2016). Il profiling vittimologico nella scomparsa di persona. Sul Filo del Diritto, 4. Retrieved June 6, 2019, from https://www.onap-profiling.org/il-profiling-vittimologico-nella-scomparsa-di-persona/
Merzagora, I., Travaini, G., Barbieri, C., Caruso, P., & Ciappi, S. (2017). L’autopsia psicologica: contradictio in adiecto? Rassegna Italiana di Criminologia, 2, 84-95.
Picozzi, M., & Zappalà, A. (2002). Criminal Profiling: Dall’analisi della scena del delitto al profilo psicologico del criminale. Milano: McGraw-Hill Education.
Rothberg, J. M. (1998). The Army Psychological Autopsy: Then and Now. Military Medicine, 163 (6), 427-433.
Volpini, L., (2012). Dal criminal profiling all’autopsia psicologica della vittima. Linguae &, 1-2, 157-169.




