Da tre a sei ore al giorno con il telefonino
Sul settimanale “Panorama”, uscito il 4 dicembre, troviamo la prima parte di un’inchiesta riguardante gli adolescenti, e i preadolescenti, e il loro mondo con l’utilizzo del cellulare, a firma di Massimo Castelli e Terry Marocco. L’inizio dà subito l’idea dei toni allarmistici che saranno utilizzati, ai quali ognuno può dar ragione o meno. Certamente dipinge un quadro della situazione a cui non si rimane indifferenti. C’è la descrizione di una scena familiare immersa nella quotidianità, tirando in ballo il realismo americano di Edward Hopper, che dipinge la banalità del quotidiano dove si cela l’angoscia. Madre, padre e una figlia, nell’età dove non è più bambina, ma neanche troppo grande da definire una ragazza. I genitori la rimproverano, con debolezza, di non staccare mai gli occhi dal cellulare. Lei fa orecchie da mercante e si congeda per andare in bagno. Una volta sola, chiusa a chiave in una toilette, si fotografa i seni acerbi e poi si volta di schiena, cala leggermente i pantaloni per immortalare l’intimo indossato.
Gli scatti l’invia a qualcuno, quindi torna al tavolo come se nulla fosse. Gli autori ci danno il benvenuto nel mondo dei nostri figli. Bestemmie, inni al nazismo, sesso occasionale, droga, bullismo; la realtà parallela che ignoriamo, o che non vogliamo vedere, dei giovani con in mano uno dei più potenti mezzi di comunicazione che l’essere umano abbia mai avuto. Sono iperconnessi e costruiscono le loro esistenze in un intreccio di stanze, non privo di angoli oscuri, allestite con frammenti di vita reale e altri virtuali. Lo psicoterapeuta Matteo Lancini, prende in prestito un termine coniato dal filosofo Luciano Floridi: “La Onlife” e ci parla di condivisione di foto di bambini nudi e fanciulli nei forni crematori. Il contrasto è ciò che può dare i tanto agognati like sui propri post nei social. Alla base c’è la spasmodica necessità di successo. “I nostri figli pensano che meglio essere morto e popolare, che vivo e trasparente”. Una ricerca di successo e di relazioni virtuali con il mondo esterno, che assorbe moltissimo del loro tempo libero e non solo. L’Osservatorio nazionale sull’adolescenza dichiara che i giovanissimi trascorrono dalle tre alle sei ore al giorno con il cellulare.
La condivisione di materiale pornografico
La testimonianza di un padre milanese parla di una figlia a cui avevano regalato il cellulare in quinta elementare. L’utilizzo diviene subito compulsivo, in prima media l’hanno autorizzata a connettersi con WhatsApp e crearsi profili sui social, per non isolarla dai coetanei. Quando l’uomo, dopo un po’ di tempo, accede al telefono della figlia, controlla Instagram e il resto delle connessioni, scopre di aver scoperchiato un vaso di Pandora: parolacce, compagni di scuola che si vantano di fare uso di droghe, foto di sua figlia nuda e peni in erezione. Ma c’era anche dell’altro che vedeva come protagonista la ragazzina: filmati di sesso orale nei bagni di un fast food e masturbazioni. L’uomo non smette di colpevolizzarsi, perché le hanno permesso di entrare in un mondo dove vale tutto, milioni di ragazzi che navigano selvaggiamente senza adulti di riferimento a indicare cosa sia giusto e sbagliato.
La Pepita Onlus, cooperativa che si dedica ad interventi educativi, tramite una ricerca asserisce che il 96% dei ragazzi, nati tra il 2005 e il 2007, ammette di aver condiviso foto e video a sfondo sessuale. Tra i nati dal 1999 al 2004, la percentuale scende al 33%. L’avvocato Marisa Maraffino, esperta in reati informatici e attiva nella formazione, sulle problematiche legate all’utilizzo della tecnologia, nelle scuole italiane, afferma che viviamo in un’epoca di erotizzazione precoce e gli adulti, del fenomeno, percepiscono solo la punta dell’iceberg. I ragazzi vivono su internet, con una velocità correlata alla fragilità dei sentimenti, in balia di una dipendenza affettiva e tecnologica. Intorno ai 12-13 anni si avvicinano al sesso e, spesso, i primi rapporti avvengono sotto forma di ricatto psicologico. Una dinamica riguardante soprattutto le ragazze. La Maraffino, per rendere meglio l’idea, cita l’esempio della giovane recatasi al pronto soccorso con una guancia ustionata, dopo una notte al cellulare con il fidanzato, che le aveva chiesto di fare l’alba “con lui”.
Recuperare il senso dell’altro
Non è solo con l’amore che si può essere irretiti. Andando sui social, c’è la possibilità di accedere ad un’infinità di profili e, dopo aver visto le foto, ci si può mettere in contatto anche senza conoscersi. Instagram, in questi casi, funziona come “Tinder piccoli”, l’applicazione per soli adulti in cerca di incontri occasionali, superate le prime formalità ci si comunica la possibilità di un incontro e lo scambio di foto esplicite. Su Instagram e Tik Tok essere sexy è praticamente obbligatorio, si evince una malizia, esibita dai preadolescenti, che sembra appresa dai siti pornografici. Alberto Pellai, psicoterapeuta dell’età evolutiva, in merito all’argomento testimonia di ricevere centinaia di mail di genitori sconvolti da ciò che trovano sugli smartphone dei propri figli. Questo è il segnale di un mondo adulto che non controlla più il territorio dove si aggirano i ragazzi disarmati, privi di consapevolezza sulle conseguenze delle loro azioni. Una foto sbagliata non un è errore, la persona coinvolta diventa l’errore.
L’articolo prosegue con altre storie di ragazzi e ragazze che si ritrovano a convivere con dei traumi dopo che hanno condiviso foto o video a sfondo sessuale con chi si fidavano, o sono rimasti vittime di riprese o scatti, e poi diffusi sul web o nei gruppi WhatsApp. L’età critica è quelle delle medie, ma anche dopo il rischio è elevato e il mondo virtuale gestito dai ragazzi mostra una spietatezza dettata dalla incontenibile voglia di popolarità: sottomettere qualcuno alle proprie voglie, umiliarlo, riprenderlo mentre subisce angherie è segno di un “potere” da mostrare agli altri e illudersi di essere in cima alla scala sociale. Segno dei tempi che corrono, con adulti incapaci di saper trasmettere ai figli il senso dell’altro, del rispetto dovutogli, perché questo insegni a rispettare anche se stessi in un mondo dove, senza una sana socialità con il prossimo, si è destinati alla solitudine in mezzo a miliardi di persone.
Riferimento bibliografico
Panorama, 4/12/2019, N. 50, pag. 8/14.




