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Un abuso sessuale che ha distrutto una vita agli inizi

Noa Pothhoven, una ragazza olandese di diciassette anni, ha deciso di porre fine alla sua vita tramite il suicidio assistito in casa, aiutata dai suoi familiari. In questi giorni sta facendo molto discutere la scelta di Noa, presa in seguito alla sua incapacità di tollerare oltre la sofferenza psichica da cui non riusciva a liberarsi. Il dolore, così insopportabile, era la conseguenza di una serie di abusi sessuali subiti da quando aveva undici anni. Nell’articolo di la Repubblica si apprende che la ragazza aveva fatto richiesta per l’eutanasia, che nei Paesi Bassi è consentita per legge, ma era stata respinta in virtù della giovane età di Noa e delle condizioni psichiche in cui versava, che non le concedevano il credito necessario per accettare che fosse una scelta ponderata. Ma Noa non ha desistito e ha scelto un’altra via per farla finita.

La ragazza non ha mai avuto dubbi, ha perseguito il suo scopo con tenacia ed emblematico è il suo ultimo post su Instagram in cui scrive: “Non cercate di convincermi che sto sbagliando, questa è la mia decisione ed è definitiva”. Noa è morta il 2 giugno nella sua casa, ad Arnhem, ricevendo l’assistenza medica del caso da parte di una clinica specializzata. La sua scomparsa è stata annunciata dalla sorella. Durante la sua lunga battaglia per ottenere il diritto all’eutanasia, Noa aveva dichiarato più volte di non sopportare più di vivere a causa della depressione. Gli stupri subiti le hanno causato anche stress post traumatico e anoressia. La clinica a cui si era rivolta per l’eutanasia l’aveva indirizzata ad un supporto psicoterapeutico fino al compimento del ventunesimo anno di età, momento in cui avrebbe potuto chiedere di nuovo il ricorso al dolce morte, ma non ha potuto, e voluto, attendere oltre e ha deciso di morire in casa.

 

Social e libri non sono stati sufficienti

Noa era attiva sui Social, soprattutto Instagram, dove affrontava la sua tragedia definendosi “guerriera e blogger della malattia mentale”. Aveva anche pubblicato una sua autobiografia “Winnen of Ieren” (Vincere o imparare), ma a nulla è servito. Il confronto, lo sfogo, il provare a dare un senso a quello che gli era accaduto non hanno potuto lenire l’enorme sofferenza che l’accompagnava ogni singolo giorno. Noa ha subito violenze non in un solo caso, come si apprende leggendo la sua autobiografia. La prima volta aveva undici anni e si trovava ad una festa di una compagna di scuola e, in seguito, ad una festa per adolescenti. Quando aveva quattordici anni è stata vittima di una violenza in strada, da parte di due uomini. Per la paura e la vergogna non è stata in grado di denunciare i due aggressori. Noa diceva di rivivere quell’orrore ogni giorno e di sentirsi ancora sporca, una condizione irrimediabile.

L’Olanda è stato il primo paese europeo ad avere una legge sull’eutanasia, e il suicidio assistito, a partire dal 2002. Nel 2004, poi, il governo ha approvato il “protocollo di Groningen” sull’eutanasia infantile. La morte può essere accordata a partire dai dodici anni d’età, ma solo nel caso in cui un medico certifichi una sofferenza insopportabile del paziente e senza possibilità di miglioramenti futuri. Tra i dodici e sedici anni d’età deve esserci anche il consenso dei genitori. Un tema che porta inevitabilmente a prendere posizione, a seconda delle proprie credenze religiose, se porre limiti al libero arbitrio, se dare o meno libertà di scelta ad una ragazza non ancora ventenne. Sull’Huffpost.it troviamo l’opinione del dottor Giuseppe Nicolò, psichiatra e direttore del Dipartimento di Salute Mentale Asl Roma 5. Nicolò afferma di non potere entrare nel merito di quanto dolore potesse provare Noa. Però, credere che porre fine alla propria esistenza, per liberarsi da un dolore ritenuto insuperabile, lo ritiene inconcepibile.

 

Disturbo post traumatico da stress

Noa aveva dichiarato che nessuno era stato in grado di aiutarla. Il professore controbatte che ci sono trattamenti specifici per il disturbo post traumatico da stress, che nella giovane aveva assunto uno stato di cronicità. Inoltre, esistono terapie farmacologiche per oltrepassare il dolore causato dal trauma. Noa era davvero molto piccola per poter dichiarare inguaribile il suo disturbo, secondo Nicolò, e crede che il suicidio, per sua formazione e per il mestiere che fa, sia una soluzione inaccettabile. Ma il tema è culturale: in Olanda al centro c’è la libertà del cittadino, mentre nel nostro paese la salute è un bene collettivo. Due concetti di base molto diversi e che portano a ragionare sulla vita in modo opposto. In Italia, infatti, se un paziente è affetto da una grave malattia psichiatrica e rifiuta le cure, il medico può ricorrere al T.S.O., il Trattamento Sanitario Obbligatorio.

Comprendere i fattori culturali, che ci differenziano dalle logiche di un altro Paese, aiuta a inquadrare meglio la scelta di una ragazza che a soli diciassette anni ha deciso che il futuro, per lei, non avrebbe riservato giorni migliori. In Olanda, come ci dice lo psichiatra, al centro dell’individuo rimane la sua libertà di scelta, anche per ciò che riguarda la sua voglia di vivere, a prescindere dalla presenza di un male incurabile. La depressione, in Olanda, può essere motivo di una decisione così estrema. In Italia prevale il bene collettivo, il quale non può essere minato dalla decisione di una persona anche se riguarda la cosa più preziosa che può avere, la vita. Molti italiani ritengono appropriato che la volontà collettiva preponderi sulle decisioni strettamente personali, convinti che tenere in vita qualcuno che non lo vuole più, non si possa configurare come accanimento terapeutico. In questa vicenda tutto è amplificato a causa della giovanissima età della protagonista e una patologia che non era certificabile come definitiva. Nonostante ciò molti altri connazionali credono che una decisione riguardante la propria vita non può essere appannaggio esclusivo della collettività e guardano con rispetto alla normativa olandese. Ognuno ha la sua personale convinzione sul diritto a morire e personalmente sono a favore. Viviamo in una società che ci ha completamente diseducato al rapporto con la morte, regalandoci l’illusione di un’eterna giovinezza, e addirittura ci ha tolto la possibilità di decidere sul nostro destino finale. Ma in casi come quello di Noa, le parole di un esperto come il dottor Nicolò dovrebbero far riflettere anche i più convinti sostenitori della dolce morte.

Davide Testa

Segretario di Psicotypo ODV