Il quadro normativo
L’11 Maggio del 2016, con 372 sì, viene approvata la legge Cirinnà (dal nome della senatrice prima firmataria dell’iniziativa parlamentare), dal titolo “Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze”. Tale legge (n. 76) ha apportato alcune significative innovazioni al diritto di famiglia introducendo, da un lato, le unioni civili per le coppie dello stesso sesso, e, dall’altro, attribuendo la possibilità alle coppie conviventi di regolare gli effetti patrimoniali della loro convivenza. Dunque, ad oggi, due persone maggiorenni dello stesso sesso, attraverso una dichiarazione di fronte all’ufficiale di stato civile ed in presenza di due testimoni, possono acquistare gli stessi diritti e doveri (assistenza morale e materiale, coabitazione, ecc.) e contribuire ai bisogni comuni.
Se la coppia è desiderosa di “allargare” il proprio nucleo, può ricorrere, all’estero, ad una serie di pratiche, non consentite in Italia. Tra le più diffuse, troviamo l’inseminazione da donazioni di sperma per la coppia lesbica, ovvero l’introduzione all’interno della cavità uterina della donna di un campione di seme con spermatozoi. La coppia gay, invece, può fare ricorso alla fecondazione in vitro di ovulo ed alla gestazione surrogata, per cui una donna, detta madre portante, si assume l’obbligo di provvedere alla fecondazione, alla gestazione ed al parto, rinunciando ai diritti genitoriali sul nascituro.
Un’altra modalità che consente alla coppia omosessuale di coronare il desiderio di diventare genitori è l’adozione che nel caso riguardi il figlio naturale di uno dei due partner viene definita “stepchild adoption”. In Italia, in attuazione della legge “Cirinnà”, spetta comunque alla magistratura decidere, a seconda del caso, se accogliere o meno la domanda di adozione del figlio naturale presentata dal partner, tenendo a mente come obiettivo primario il benessere del minore. A prescindere dai mezzi, quando la coppia passa da una diade ad una vera e propria famiglia è importante che si riorganizzi, ovvero cambi dal punto di vista identitario e relazionale e si inserisca in un processo di costruzione e condivisione di nuovi significati, “per” e “con” il figlio. Ma qual è il destino di un figlio di una coppia omosessuale? E soprattutto che ruolo ha l’altro genitore biologico? Questi sono alcuni degli interrogativi all’attenzione degli studiosi impegnati nella ricerca e nell’intervento clinico con le famiglie omogenitoriali.
La condizione del figlio
Ad oggi, uno dei principali pregiudizi della nostra società è che il figlio di una coppia omosessuale abbia una maggiore probabilità di sviluppare un disturbo. Ma è realmente così? La risposta è assolutamente negativa. Sono tante le ricerche, soprattutto anglosassoni (ma anche italiane), che hanno studiato lo sviluppo psicosociale di bambini ed adolescenti, figli di coppie omosessuali. Dai risultati è emerso che non ci sono prove per considerare madri lesbiche o padri gay come genitori inadatti. In tal caso si riscontra la stessa probabilità, rilevata nelle famiglie tradizionali, di fornire al bambino un ambiente familiare supportivo. Ciò che conta non è, quindi, la struttura etero od omogenitoriale, quanto il funzionamento della stessa, ovvero la qualità delle relazioni all’interno della coppia genitoriale, il basso livello di stress, la modalità “di cura e di affetto” nei confronti dei figli.
Molti si sono chiesti se l’omogenitorialità aumenti il rischio che il bambino cresca con maggiori vincoli sulla propria identità di genere. Gli studi più accreditati, in realtà, dimostrano che il sesso dei genitori non influenzi né l’adattamento psicosociale, né l’andamento scolastico, né l’orientamento sessuale. Nei fatti, la prima causa delle difficoltà comportamentali dei minori è la cosiddetta “stigmatizzazione omofoba”, ovvero l’ostilità culturale e sociale nei confronti dell’identità o del comportamento non eterosessuale, che si traduce sempre in atteggiamenti discriminatori. Dunque, si può ragionevolmente affermare che a fronte di una maggiore discriminazione durante la loro crescita (scherni, sbeffeggiamenti, comportamenti prevaricatori fino ad eventuale “rifiuto”) si riscontrano, nei minori, un maggior numero di problemi.
Il “terzo” genitore
Una figura particolarmente interessante da approfondire è quella del “terzo assente”, ossia l’altro genitore biologico che ha contribuito alla fecondazione del figlio. Tale soggetto può rappresentare un elemento di perturbazione dell’esclusività del rapporto di coppia e dell’attaccamento “geloso” del figlio alla coppia. Al momento della fecondazione e/o della gestazione possono insorgere incertezze e interrogativi nonché atteggiamenti ansiogeni quando si ha l’impressione che la prole assomigli fisicamente e temperalmente al “terzo genitore”, nel caso in cui sia stato conosciuto. Inoltre, si può scatenare una vera e propria angoscia nel caso in cui la coppia decida di rifiutare qualsiasi rapporto con il genitore biologico. Come ovviare a tali inconvenienti? A tal fine, assume una particolare importanza la “narrazione” che la coppia sviluppa sulla figura e sulla funzione di questo terzo. Ad esempio, nelle coppie lesbiche rispetto a quelle gay si registrano più resistenze a conoscere il genitore biologico, perché preoccupate di eventuali rivendicazioni o per la percezione di una “intrusione” rispetto al progetto esclusivo di coppia. I gay, invece, sono grati alla gestante per il peso sopportato. Anche nel figlio possono svilupparsi stati d’animo “alternativi”, sintetizzabili per lo più in due atteggiamenti: l’evitamento della figura del terzo o, al contrario, il desiderio di conoscerlo. I legislatori più evoluti prevedono la possibilità che il minore, al compimento della maggiore età, conosca il terzo genitore.
Ma quale sarebbe la migliore prospettiva? Sicuramente la multilateralità, intesa nel senso dell’ampliamento del nucleo familiare, attraverso il diretto e personale coinvolgimento del terzo extrafamiliare, quasi come una specie di zia/o, con cui instaurare un vero e proprio rapporto affettivo. Parliamo di una situazione analoga, ed in costante crescita, a quella delle famiglie eterosessuali cosiddette “ricomposte”, ovvero quelle con figli provenienti da una precedente relazione. Nei casi di maggiore successo, l’armonia familiare ed extrafamiliare è possibile grazie ad una forte maturità psicologica dei componenti del nucleo, che in tal modo riescono ad evitare atteggiamenti di gelosia, tensioni caratteriali ed invidie, possibili cause di conflitti affettivi, educativi ed economico-patrimoniali. In sintesi, la prospettiva più auspicabile è quella della cosiddetta “co-genitorialità”, una condizione che, prescindendo dalla natura etero o omosessuale della coppia, garantisce al minore un sano ed equilibrato sviluppo psico-affettivo.
Riferimenti bibliografici
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