Drammi silenziosi
Il Covid-19 monopolizza il mondo dell’informazione e in Italia, inoltre, non si riesce a rinunciare all’ennesima crisi di governo e ai conseguenti dibattiti sull’andare al voto o meno. Ma il mondo procede anche in altre direzioni e due drammi appena avvenuti, occorsi uno a poca distanza dall’altro, portano alla ribalta mediatica i fenomeni dannosi del mondo del web in mano ai più piccoli. Sul Corriere della Sera, apprendiamo i fatti di cronaca in questione: nel pomeriggio del 25 gennaio un bambino di nove anni si è tolto la vita impiccandosi nella sua cameretta. La tragedia è succeduta a quella della bambina di dieci anni a Palermo. La piccola ha partecipato ad una sfida estrema, raccolta sul famosissimo social, soprattutto fra gli adolescenti e i preadolescenti, Tik Tok, e seguendo le indicazioni di una sfida lanciata sul social, nota come Blackout Challenge: una sfida che propone un’assurda prova di resistenza che passa proprio attraverso lo stringersi una cintura al collo e, quindi, resistere il più a lungo possibile.
Drammi legati alla solitudine che alberga nei giovanissimi, e non solo, abituati a crescere fin dai primi anni di vita con il mondo virtuale, a portata di telefonino. Queste tragedie esulano dai contesti familiari, spaziano da quelli più disagiati a quelli più sereni e strutturati. Sul sito dell’Ordine degli Psicologi del Lazio apprendiamo che lo stesso ha contribuito a due progetti promossi da Roma Capitale, tramite l’Assessorato alla Persona, Scuola e Comunità solidale, Dipartimento Politiche Sociali, Direzione Salute e Benessere. Gli studi sono orientati sul rapporto dei giovanissimi con gli strumenti tecnologici e la condotta assunta verso le abbuffate alcoliche. In conseguenza dell’emergenza sanitaria, causata dal Covid-19, i parametri di ricerca sono stati rimodulati coinvolgendo docenti, famiglie e studenti, attraverso l’utilizzo della DAD (Didattica a Distanza).
La ricerca: nuove dipendenze in età infantile
Nella ricerca “Iperconnessi-Percezioni, motivazioni e utilizzi dell’online” si è svolta una ricerca sulle dipendenze dei bambini. Sono stati intervistati gli alunni delle scuole secondarie di primo grado e degli ultimi due anni delle primarie, sul loro rapporto, e l’utilizzo, con i social media e gli smartphone. Il primo dato a fare risalto è che quattro preadolescenti su cinque fruiscono costantemente dello smartphone e due su tre ne possiedono uno. Altro dato messo in evidenza è quello sull’impiego dei telefonini, largamente diffuso tra gli amici e i parenti. Inoltre, tale pratica sembra essere ampiamente incoraggiata all’interno del nucleo familiare. La quasi totalità dei giovanissimi ha il permesso, quasi come fosse un processo naturale e inevitabile, di connettersi alla rete, frequentare i social media, creare un profilo personale su WhatsApp, Instagram, Tik Tok. Un intervistato su tre ha dichiarato di restare connesso anche dopo la mezzanotte e, di frequente, anche durante i pasti.
Oltre alla frequentazione dei social, l’utilizzo prevede una compulsiva ricerca di informazioni, studio, visualizzazione di video e ascolto della musica. Ma ciò che si nota in maniera evidente è la percezione affettiva, ossia che il tempo libero, non di rado associato a stati di noia e isolamento, sia uno spazio da riempire con qualsiasi cosa. A tutto questo si aggiunga la spasmodica ricerca del riconoscimento sociale, ritenuto di vitale importanza, per ottenere effimeri appagamenti personali. Il mondo del web ha contribuito in modo determinante all’esasperazione di questa modalità sociale e ha compromesso in modo drammaticamente incisivo, e forse irreversibile, la socialità in presenza, tanto per usare un termine in voga nella pandemia. Una visione e un’esperienza del mondo sempre più virtuale e che distacca dalle sensazioni reali, quelle provocate dalle interazioni dal vivo, con la prossimità corporea.
La noia è solo un vuoto da colmare
Mentre scrivo questo articolo apprendo di un’altra tragedia consumatasi oltreoceano. Una quindicenne è stata assassinata a coltellate in diretta sui social media, all’interno di un super store della famosa catena Walmart. Per l’omicidio, sono state tratte in arresto quattro ragazzine di età compresa tra i dodici e i quattordici anni. Delle conseguenze negative sull’utilizzo eccessivo, e prematuro, della rete da parte dei giovanissimi, se ne discute da anni. Una volta era la televisione la grande accusata sul banco degli imputati; oggi abbiamo un fornitore di notizie, immagini, idee, sogni, dispensatore di dogmi sull’accettazione e affermazione sociale, interattivo e che permette non solo di assorbire informazioni, ma concede la grande opportunità di mettersi in mostra senza muoversi da casa.
Lanciare l’allarme risulterebbe retorico e con la funzione di esorcizzare, malamente, le notizie di questo genere. Accusare l’assenza cronica dei genitori, i quali delegano, più o meno inconsciamente, buona parte delle funzioni di educatore al web. Un mondo dove si è accettata la morte del pudore, della discrezione, del confine tra vita privata e pubblica in nome di un’esposizione mediatica continua e che costringe a mantenere una certa immagine, anche quando si dovrebbe stare soli con il proprio di mondo. La noia non è più fonte d’ispirazione per l’immaginazione ma è solo un buco da colmare con milioni di pixel. Molti, troppi, adulti, forse più immaturi dei figli, risultano ai loro occhi come persone problematiche e troppo invischiate con personalità rimaste imprigionate ad un’età che la carta d’identità smentisce impietosamente, rimangono basiti e impotenti di fronte a queste tragedie annunciate.
Padri & madri
Già, questi padri e queste madri, descritti come inadeguati con le proprie vite irrisolte e insoddisfacenti, pieni di impegni lavorativi, quando non devastati dalla mancanza dello stesso, sono il leitmotiv di molte serie televisive, ovviamente fruibili sulle piattaforme streaming, per i teenager. Ragazzi pieni di ansie, egocentrici, adultizzati e che dissertano a quindici anni come se avessero l’esperienza di vita di un ottantenne, già con il loro bel carico di disillusioni e che disprezzano più o meno bonariamente gli adulti di riferimento, tutti, o quasi, descritti come falliti e insicuri e, più o meno tutti, diventati genitori per sbaglio. Siamo noi adulti i grandi latitanti, consapevolmente entrati nell’oblio per i giovani di questa postmodernità, i quali non hanno smarrito le figure di riferimento riscontrabili nei più grandi, semplicemente non le hanno mai avute.
Si trovano davanti a dei semplici fornitori di servizi: madri che portano a scuola, padri che portano dal dentista, zie che comprano le scarpe desiderate, allenatori di pallone o danza che insegnano i movimenti, professori che dispensano sterili nozioni. E in questa realtà i bambini raccolgono le folli sfide lanciate sui social perché nessuno è stato in grado di educarli su ciò che è pericoloso e ciò che è sicuro, di dare le basi per formare uno spirito critico, di assaporare la socialità per il semplice fatto di condividere sé stessi senza la frenesia di esibirsi come esseri perfetti e alla moda. Non c’è nessun allarme da lanciare, questi drammi stanno assumendo una struttura, sono fisiologici nel mondo che si espande nella realtà virtuale, che a breve non creerà più alcun sgomento per la sua ambigua fusione con la vita reale, a sua volta sempre più standardizzata, omologante, condotta con un inquietante miscuglio di buonismo e cinismo.




