Giungo a Trastevere per intervistare Fabio Magnasciutti, noto illustratore, e docente, con una carriera trentennale, ma anche vignettista da qualche anno a questa parte. Mi attende nel suo piccolo studio; dà sulla strada, in una delle vie caratteristiche del rione, nel cuore di una città che, nel bene e nel male, è rappresentativa dei grandi cambiamenti sociali in atto e di cui lui si mostra acuto osservatore. Un’accogliente informalità pervade l’ambiente e dopo i convenevoli decidiamo di fare l’intervista all’aperto. Roma lo permette anche in novembre, quando non piove a dirotto. Ci rechiamo alla vicina trattoria, dove è chiaramente di casa, e chiede se possiamo usufruire di uno dei tavoli all’esterno. Ci sediamo e mi dice che lui preferirebbe darsi del tu, fa parte del suo modo di essere e mi mette a mio agio. È un fumatore, si accende una sigaretta appena usciti dallo studio, e una volta seduti estrae un piccolo posacenere portatile dove ripone la cicca; da piccoli gesti come questo si comprende chi possiede una sana percezione dell’altro e dell’ambiente che lo circonda. Per rompere ulteriormente il ghiaccio faccio la più banale delle domande che si possano rivolgere ad un’artista come lui:
Che ricordi hai dei tuoi primi disegni?
Una delle prime cose che ricordo di aver disegnato voracemente è la copertina del primo disco dei King Crimson, “In the Court of the Crimson King”. Una copertina meravigliosa, con quest’uomo incredibile, l’ho copiata tante di quelle volte deludendomi. Ho sempre avuto un’urgenza espressiva che il disegno è riuscito soddisfare quasi sempre e quella copertina è uno dei ricordi più vividi che ho dei miei inizi.
Quando ti sei scoperto come vignettista satirico?
Il mio lavoro principale è quello dell’illustratore, nasco come tale trent’anni fa; le prime pubblicazioni, infatti, risalgono al 1989. Vivo di questo, non ho un secondo lavoro. Da circa dieci anni mi sono approcciato al mondo della satira, della vignetta. Il testo unito all’illustrazione è andato a soddisfare un bisogno latente, legato al grande trasporto che da sempre nutro verso le parole, in particolare dei loro significati nascosti piuttosto che quelli immediati. Il tutto nasce da un incontro fortuito, appunto dieci anni fa: collaboravo già da tempo per “L’Unità” come illustratore, realizzavo le prime pagine e le inserzioni interne, e ho conosciuto Francesca Fornario, una bravissima autrice satirica testuale, scrittrice e conduttrice radiofonica. Ai tempi curava la pagina della satira della testata, e anche l’inserto sul web, inerente sempre all’espressione satirica. Ci siamo conosciuti in redazione e quando ha compreso la mia attitudine verso le parole mi ha consigliato di iniziare a fare qualcosa per gli inserti satirici. Naturalmente le prime vignette le ho pubblicate proprio con “L’Unità”.
Un riscontro positivo da parte dei lettori che ti ha portato a continuare
Sì, un lavoro che mi dava soddisfazione e ho continuato a farlo in modo massiccio, forse anche troppo (sorride quando lo afferma). Devo confessare che è diventata un’urgenza quella di tirare fuori cose in dieci minuti. Le vignette che creo non richiedono quasi mai più di dieci minuti, massimo un quarto d’ora.
In un’epoca come la nostra, dove l’immagine è preponderante, e la velocità essenziale anche per leggere, il tuo metodo è funzionale.
Ah sì! Assolutamente.
Riuscire a cogliere il senso della notizia del momento con una vignetta per te è importante? Viste anche le tue collaborazioni con testate come “Repubblica”, “Il Manifesto”, “Il Fatto Quotidiano”.
Se c’è da fare un lavoro relativo ad un accadimento specifico, che attira l’attenzione generale, mi regolo di conseguenza e cerco di tirare fuori vignette che abbiano lo stesso tipo di respiro che disegno normalmente per mio piacere e necessità personale. Quando lavori per un periodico, o quotidiano, con un chiaro indirizzo politico bisogna, ovviamente, essere sul pezzo e riconoscere la rilevanza di determinati eventi.
Le tue collaborazioni hanno una chiara connotazione politica. Il dichiarato schieramento ti ha mai portato critiche o attacchi da parte dei cosiddetti “haters”?
Decisamente no, a parte qualche caso sporadico e irrilevante, non sono oggetto di quel tipo di tendenza. In realtà non ho un approccio frontale alle questioni: è rarissimo che faccia dei nomi e non accade mai che disegni delle caricature di personaggi pubblici. Sono schierato politicamente, ma non amo portare acqua al mulino di chi voglio combattere con la forma comunicativa dell’attacco diretto e, spesso, offensivo. Una tendenza molto forte attualmente. Oltretutto si rischia di ottenere un effetto boomerang.
Una giungla, dove tutti dicono di tutto e porta determinati personaggi a intasare i media.
Recentemente sono incappato nel video virale che sta girando su Giorgia Meloni. Non ne sapevo nulla, nonostante abbia un blog e un account Facebook, sto pochissimo sui social e su internet in generale, non ho nessuna familiarità a dire il vero. Ho visto, come dicevo, questo video e nonostante sia nato per deridere il personaggio della Meloni, in realtà le fa una pubblicità pazzesca. A me sembra del tutto evidente e non ho prestato il fianco a questa propaganda. Il condividerlo, anche per criticarla, è un fertilizzante per la sua ascesa politica; un processo che prescinde dalle tue reali motivazioni e di cui lei si starà beando per il risultato ottenuto. Io toglierei il tasto “condividi” perché utilizzato in modo assolutamente compulsivo. Ecco un altro motivo per cui preferisco una satira senza fare nomi, si rischia sempre di ottenere l’effetto pubblicità del personaggio che si vuole contrastare.
Come giudichi la moderna, e sempre più preponderante, forma di comunicazione tramite i social?
I social sono formidabili veicoli di informazione e sono un’ottima cassa di risonanza per mestieri come il mio. Generalmente, però, io posto le mie cose e mi disconnetto subito dopo. Non amo entrare nello specifico di una notizia, perdendomi nei commenti con altri utenti e cadere in discussioni interminabili, dove alla fine ognuno rimane arroccato sulle proprie posizioni. Una forma di comunicazione dove non so con che tono si dicono le cose, non vedo il linguaggio del corpo, non c’è prossimità. Una discussione fine a se stessa, e per quanto tu possa sbraitare l’urlo si ferma a metà del percorso. Una pratica che ritengo insana e da cui sto lontanissimo.
Possiamo affermare che le tue vignette nascono per ragionare su dei concetti prendendo spunto dal singolo evento che balza agli onori delle cronache?
Sì, diciamo che cerco di concentrarmi sul concetto più generale veicolato dalle persone. Se si tratta di odio tratto l’odio, se si tratta di razzismo tratto il razzismo, se si tratta di immigrazione tratto di immigrazione. Poi è chiaro che si tende a utilizzare frasi che diventano tormentoni, naturalmente utilizzo delle parole chiave che in qualche modo sono riconducibili al concetto generale. Ma il nome di Salvini, ad esempio, non lo farò mai.
Cosa ci puoi dire in merito alla tua passione per la musica e della tua attività di insegnante?
Un’altra mia grande passione, canto e tengo dei concerti da moltissimi anni. Un’attività che, almeno per quel che mi riguarda, non mi permette di viverci. Fortunatamente ho il lavoro da disegnatore che è altrettanto appagante, però è una cosa di cui non posso fare a meno e che fa parte della mia vita. La musica mi accompagna sempre, non lavoro mai senza ascoltarla. E per quanto riguarda i miei studenti, sia gli allievi dello IED (Istituto Europeo di Design, dove insegna dal 2005) che quelli della piccola scuola d’illustrazione, una realtà locale non lontano dal mio studio e fondata circa quindici fa con due colleghi (La scuola di illustrazione si chiama “OfficinaB5”), li sommergo con la musica. Non perché debbano apprezzare i generi musicali che ascolto, ma perché comprendano quanto è importante che la forma d’ispirazione non resti confinata solo nel recinto visivo. Il futuro disegnatore lavorerà con le immagini, ma queste devono essere in grado di attivare anche tutti gli altri sensi perché possano funzionare. Quando si disegna un quadrato rosso, o una linea blu, c’è il tentativo di evocare, in chi guarda, delle sensazioni che passino per tutta una serie di stimoli non prettamente visivi. Ai miei studenti voglio far intendere che la passione per il disegno esprime anche sensazioni che, nel mio caso, possono essere gli stimoli sonori scaturiti ascoltando i Joy Division, e nel loro che li possano ritrovare con la musica che preferiscono ascoltare.
Come è cambiata l’illustrazione in questi trent’anni? I giovani come la vivono? Conseguentemente alla fruibilità che fornisce internet, e tutta la tecnologia messa loro a disposizione, che tu non avevi quando hai iniziato…
Questo è un argomento di cui parlo molto agli studenti. Ho iniziato ad insegnare quando internet non era ancora diffuso, praticamente ancora non esisteva come lo conosciamo oggi. Io non possedevo neanche un computer, quelli esistenti erano enormi e appannaggio di una minoranza. Nel corso degli anni ho sempre avuto a che fare con dei ventenni, ragazzi che avevano terminato gli studi del diploma di maturità. Ogni anno che passava si allargava la forbice d’età, quando ho iniziato ero praticamente un loro coetaneo, e ho potuto notare che il mondo dell’illustrazione è cambiato molto, ma non nell’approccio. Avvicinarsi alle arti visive è conseguente ad un’urgenza di esprimere qualcosa di se stessi, e questo vale per un musicista, uno scrittore o uno scultore. Gli stimoli sono identici e c’è il bisogno di restituire qualcosa agli altri, che ne possano beneficiare individuando dei codici di lettura. Con l’avvento di Internet, e dei social in particolare, tendo a dare dei consigli sull’utilizzo, per quanto riesco a constatare osservando i giovani. Il consiglio principale che gli fornisco è quello di mettersi in viaggio, “sulla strada”. Sempre più difficilmente si alzano dalla sedia, per allontanarsi dal monitor, e uscire per “acchiappare” qualcosa; restano fermi aspettando che il vento soffiato dalla rete porti le esperienze dentro casa. É un vento molto funzionale, molto articolato e opera meravigliosamente, ma ti preclude il viaggio reale, quello che porta da un punto A ad un punto B, dove magari non acquisirò nulla di ciò che mi ero prefissato, ma la memoria che avrò di quel viaggio, e del suo fallimento, mi ha comunque arricchito a livello di esperienza. Oggi possiamo scaricarci in dieci minuti tutta la discografia di un cantante o un gruppo musicale, mentre prima si andava al negozio di dischi per cercare un determinato autore o una canzone che, da un punto di vista quantitativo, è infinitesimale come ricerca rispetto alle possibilità che offrono le applicazioni su internet. Una volta giunti a destinazione potevamo soddisfare la ricerca o rimanere delusi o, ancora, scoprire un altro disco.
Qual è stato un tuo viaggio che useresti come esempio?
Rimanendo in ambito musicale, ho il ricordo di quando mi trovavo a Londra ed ero alla ricerca di una determinata versione di “Love Will Tear Us Apart” dei Joy Division. Non ci sono riuscito e mi sono ritrovato a prendere un altro disco. Ogni volta che ascolto quel brano ripenso alla ricerca che ho fatto senza ottenere ciò che volevo, tempo e spazio impiegato che comunque mi ha arricchito. Viviamo una media di 70/80 anni, le ore sono sempre di sessanta minuti, Facebook o Instagram non mi donano un bonus di ore in più della vita; sto fermo davanti ad un monitor in un’attività prettamente passiva, non sto preparando un caffè o facendo l’amore. Ci si preclude la possibilità di fare esperienze reali, per fallimentari che possano essere. Con questo non voglio dare un’accezione totalmente negativa di internet, è una delle tante cose che si possono fare, semplicemente prima non c’era. Il problema sta nel fatto che questo mezzo genera facilmente un loop.
Non parli solo dei giovani?
No, il fenomeno riguarda anche i nostri coetanei, e internet credo abbia fatto esplodere alcune latenze. Molti fanno il loro lavoro e, finito il turno, si rifugiano dal mondo tramite lo smartphone. Proveniamo da quella cultura del posto fisso che di per sé aliena, quando si incappa in un lavoro svolto esclusivamente per avere uno stipendio alla fine del mese. Ho la fortuna di essere riuscito a fare il mestiere che amavo, guidato dalla passione, e grazie a questo non sono legato ai concetti del fine settimana di riposo e delle ferie, posso dire che non so neanche cosa siano per me. Non vedo l’ora di svegliarmi la mattina per mettermi al tavolo di disegno, non ci dormo la notte in realtà; magari capita di svegliarmi alle quattro con un’idea in testa da mettere subito su carta. In sostanza credo che poter esprimere la propria passione, e riuscire a vivere di essa, contrasti il rischio di alienarsi con un telefonino o altre forme di dipendenza.
In un’epoca di grandi cambiamenti per il mondo del lavoro, grazie ai ritrovati tecnologici sempre più performanti, che rendono l’uomo sempre meno necessario per tanti lavori, specialmente in quelli dove non è richiesta alta professionalità, ascoltando le tue parole si può veicolare il messaggio che forse il segreto è quello di tornare a perseguire la propria passione per praticare un mestiere?
La passione è funzionale, è vero. Io non potrei fare questo mestiere se non avessi la passione, ed è la prima cosa che dico ai miei studenti, per banale che possa risultare. Ovviamente non tutti coloro che escono da una scuola da disegno troveranno il lavoro che desiderano, il mercato non ha una richiesta così alta, molti lavoreranno nell’indotto, altri lo faranno mantenendosi con un altro mestiere. Oltretutto non ci si può fermare all’appagamento di quando riesci a sfornare le prime pubblicazioni, quello può durare al massimo un anno. Quindi la passione è funzionale, come ti ho detto, e posso arrivare a dirti che mi sento un privilegiato a vivere facendo ciò che amo, nonostante non viva nell’oro e sto lì a contare i centesimi. Lo dico senza nessuna acredine ma l’instabilità fa parte del mio lavoro, raramente un illustratore ha un contratto a tempo indeterminato. Una condizione da free lance, quindi se ti commissionano un lavoro disegni, altrimenti c’è anche il non disegnato, che fa male. Fare ciò che si ama ti svincola dal non vedere l’ora che arrivi il venerdì. Non sapevo mai che giorno fosse e ne ho consapevolezza da quando ho una figlia, studia e conosco tutti i suoi orari e so che è venerdì perché è l’ultimo giorno di scuola della settimana.
Lavorando per testate famose e dai chiari connotati politici ti sei mai sentito bloccato nel fare un’illustrazione o una determinata vignetta?
No, non ho proprio questo tipo di approccio, anche a livello di autocritica, e lo sono molto nei miei confronti, ma riguarda un fatto puramente estetico. Tornando alla tua domanda, non sono un provocatore, nella nostra società non ne servono altri, forse in Siria, non certo qui da noi. Disegnare una suora che copula non ha niente di provocatorio, entriamo nel conformismo dell’anticonformismo. Una cosa del genere se la fai in Iran alzo le mani, ma qui è veramente superfluo al limite del fastidioso.
Musica e passione per il disegno hanno sempre viaggiato insieme nella tua vita, tanto da aver collaborato con Francesco Guccini per la stesura di un libro, cosa puoi raccontare in merito?
In realtà l’ho incontrato successivamente. Anche in questo caso è stata un’occasione nata tramite la casa editrice con cui collaboravo allora, dove illustravo testi scientifici per ragazzi. Una delle due editrici aveva una grande passione per il cantautorato italiano e voleva produrre qualcosa per avvicinare i giovani a questo mondo. Un’idea che mi ha subito entusiasmato ma è rimasta ferma al solo averla pensata. Tornando a casa ho cominciato a ragionare su quale poteva essere una canzone che arrivasse ai bambini senza troppe citazioni, o riferimenti comprensibili solo agli adulti, ed è saltato fuori proprio “Il vecchio e il bambino”, un brano di Guccini. Appena arrivato mi sono messo subito al lavoro: ho ascoltato e riascoltato la canzone milioni di volte, quindi ho iniziato a scomporre il testo e nel giro di tre giorni ho fatto delle illustrazioni, le ho portate alla casa editrice e nel giro di pochissimo tempo è uscito il libro. Guccini l’ho conosciuto a Carpi, quando sono stato chiamato dal Comune della cittadina perché volevano celebrare l’anniversario del quarantesimo anno dall’uscita del primo disco di Guccini. Gli organizzarono una festa a sorpresa e volevano che un’ala del palazzo, dove si sarebbe tenuto l’evento, fosse occupata dalle tavole originali del libro. Una cosa che ho fatto molto volentieri e che mi ha permesso di conoscere Guccini. Una persona assolutamente alla mano, solare, dall’umorismo finissimo. Tutto il contrario di quello che uno si può immaginare, vista la sua stazza, l’aspetto austero e i contenuti dei suoi testi. Una persona leggera, la cui leggerezza è figlia di una cultura finissima.
Hai recuperato i racconti che una volta gli anziani facevano ai bambini. Secondo te noi adulti abbiamo ancora qualcosa da dire ai giovani?
Sì, anche se c’è uno scalino da fare e, più che con gli studenti, lo vedo con mia figlia di 16 anni. Personalmente, noto di essere privo degli strumenti per affrontare certi temi: non essendo un nativo digitale, per tutto ciò che riguarda le relazioni sui social, difetto in esperienza. Posso solo provare a capire se c’è un disagio e, nel caso, interagisco nel modo più diretto e onesto possibile. Sto parlando di amicizie e sentimenti travalicando completamente la comunicazione virtuale, che è continua e non è mia intenzione controllarla in modo pervasivo. In ultima analisi, altrimenti, ciò che rimane da dare, e scusa la banalità, è l’amore, nello specifico quello di un padre. Le dinamiche con i nostri figli sono totalmente diverse da quelle che avevamo con i nostri genitori che, a loro volta, erano del tutto simili a quelle che avevano con i loro di genitori. I cambiamenti avvenuti in questi ultimi vent’anni sono epocali, la rivoluzione industriale, per essere assorbita a partire dalla metà del 1700, ha richiesto tempi infinitamente più lunghi e il tipo di comunicazione tra genitori e figli era lo stesso per più generazioni. Oggi i nostri figli interagiscono in un modo completamente nuovo, differente dalle generazioni che li hanno preceduti.
Sei un cinquantenne, alla luce del tuo vissuto ti senti ben inserito nella società?
Ben inserito mai. Provengo da una famiglia povera, dove la ricerca della stabilità era il principale obiettivo, cosa che ho sempre combattuto nella mia vita. Cercare la sicurezza economica era il loro scopo, e per questo non li critico, agivano per quello credevano fosse il meglio per i loro figli. Ancora oggi se penso che quella doveva essere la mia vita mi vengono le lacrime agli occhi, un rifiuto totale. La conseguenza nella vita che mi sono scelto è l’instabilità, non ho mai avuto uno stipendio e tanto meno una tredicesima. Una corda sempre tesa che mi fa sentire vivo, tanto da maledirla a volte, e a cui non posso rinunciare.
Prima hai parlato di amore e il tuo romanzo “Noi” parla proprio di quello. L’ispirazione è arrivata trovando un vecchio timbro. Come è avvenuto questo collegamento?
La storia potrei anche romanzartela, ma in realtà è stata una cosa molto banale, ho proprio fatto il bambino. C’era questo timbro e ho cominciato imbrattare dei fogli con le mie impronte, senza nessun intento se non quello di giocare. Le impronte sono magiche di per sé, nascondono segreti e a vederle si ha davanti un labirinto. Sono uniche, dentro c’è identità, le ritengo molto belle da vedere e mettendole insieme sono rimasto affascinato dalle sovrapposizioni e dalle sfumature date dal tampone più o meno carico, ad un certo punto sono arrivato ad usarne uno rosso e ammiravo i risultati, senza andare da nessuna parte. Raggiunto un numero considerevole le ho scannerizzate, e mettendole in un certo ordine per me raccontavano qualcosa, descrivevano un incontro e, nello specifico, staccarsi dal sé con l’io che diventa noi in una relazione. L’incontro è fondamentale nella vita, non solo per l’amore, perché siamo in continuo cambiamento. Anche noi, che stiamo parlando da oltre mezz’ora, non siamo più gli stessi di quando abbiamo iniziato.
La progettualità non fa parte della tua vita, ma una domanda te la faccio lo stesso: Come ti vedi da qui a quindici anni?
Te lo dico sinceramente: non me lo sono mai chiesto, ho difficoltà vere in questo senso. Ora, a volte, mi allarma questa difficoltà, non per me ma perché ho una figlia. Oggi ho paura della mia morte esclusivamente per le sorti di mia figlia, per il resto non ho la minima capacità a pensare al mio domani. L’unica cosa che mi dico è che mia figlia sia serena. Una cosa banale, ma d’altronde lavoro molto sui cliché e lo faccio con il massimo rispetto, quando certi luoghi comuni mandano messaggi positivi.




