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La disabilità visiva

La disabilità visiva è una condizione caratterizzata da assenza o riduzione delle capacità di vedere. Tale disturbo ha un’incidenza grave negli adulti, ma soprattutto quando colpisce in età evolutiva. Quando si misura la capacità visiva ci sono due parametri che devono essere presi in considerazione per valutare se una persona ci vede bene: prima di tutto abbiamo l’acuità visiva, la capacità di riconoscere una determinata forma. L’acuità visiva si misura in decimi e, per valutare ciò, è necessario porsi a circa 3 metri di distanza ed il soggetto deve essere in grado di leggere l’ultima riga di lettere presentate da un professionista. In secondo luogo abbiamo il campo visivo, cioè quanto è ampia la scena che siamo in grado di vedere tenendo lo sguardo fisso di fronte a noi,..

I test sopracitati, purtroppo, non possono essere somministrati a bambini piccoli, per cui sono state create delle tecniche come:

  • Preferiential looking: misura la capacità visiva del bambino. Essa, in primo luogo, si basa sulla tecnica dell’abituazione, ovvero sull’idea che il bambino ha una preferenza innata per degli stimoli nuovi. In questo test ad un bambino piccolo vengono presentati degli stimoli visivi (es. figura di un cane), dopodichè viene inserita una seconda figura, ovviamente diversa dalla prima presentata. Un bambino con capacità visive nella norma sarà in grado di discriminare tra due figure e quindi mostrerà preferenza per la nuova figura presentatagli.
  • Tecnica dei potenziali visivi evocati: vengono posti dei sensori sullo scalpo e si misura l’attività elettrica delle diverse aree del cervello in risposta ad uno stimolo visivo. In questo modo si può misurare se c’è un’attività elettrica normale in seguito alla presentazione di uno stimolo visivo, e se questo è in grado di raggiungere le aree corticali, facendole attivare.

Successivamente, sulla base della gravità e del grado di minorazione visiva sono stati stabiliti dei criteri che vanno dall’ipovedente lieve al cieco assoluto. Nella maggior parte dei casi, però, non si parla di cecità assoluta, poiché in realtà in quasi tutti i bambini il segnale visivo viene percepito ed elaborato, ma il tipo di elaborazione che se ne può fare è una funzionalità residua. Ad oggi è facilmente diagnosticabile fin dalla nascita la presenza di disabilità visiva, poiché sono stati creati degli screening che vengono fatti immediatamente subito dopo la nascita del bambino. Ad oggi si pone tale particolare attenzione verso la cecità nell’età evolutiva poiché si è visto che una delle cause principali della cecità nei bambini appena nati era la cataratta congenita, la quale può essere risolta con un semplice intervento chirurgico il quale, se effettuato immediatamente, permette la completa ripresa funzionale dell’occhio.

 

Problemi nello sviluppo cognitivo e motorio nella disabilità visiva

In uno studio molto approfondito sui bambini con disabilità visiva, lo studioso Lowenfield ha identificato tre vincoli della cecità che hanno conseguenze sullo sviluppo cognitivo del bambino con disabilità visiva: una ridotta abilità nell’esplorazione dell’ambiente, il quale è strettamente collegato alla difficoltà nel controllare l’ambiente e, di conseguenza, le esperienze a cui il bambino non-vedente può essere esposto sono più limitate e di natura diversa rispetto a quelle che può avere un bambino vedente. Nella versione di Jean Piaget del bambino come piccolo scienziato, il bambino deve manipolare gli oggetti per poter imparare dall’esperienza; i bambini che presentano uno sviluppo normale imparano ad usare i suoni come indizio per localizzare oggetti e persone intorno ai 4-5 mesi quando cercheranno di afferrare quell’oggetto. Nei bambini non vedenti la capacità di afferrare gli oggetti si sviluppa in ritardo, precisamente intorno ai 10-11 mesi. Ciò a causa della difficoltà della localizzazione degli oggetti e, il non sapere dove si trovano può portare ad un’inibizione del comportamento esploratorio del bambino.

Lo sviluppo motorio in generale nei bambini con disabilità visiva è danneggiato, ad esempio:

  • La capacità di alzarsi sulle braccia da posizione prona avviene, nei bambini non vedenti, intorno agli 8 mesi e mezzo, mentre in un bambino con sviluppo tipico avviene intorni ai 2 mesi.
  • La capacità di passare da una posizione sulla schiena ad una sul ventre avviene intorno ai 7 mesi, invece dei comuni 5 mesi.
  • La capacità di mettersi in piedi e compiere i primi passi avviene intorno ai 15 mesi, mentre nei bambini con sviluppo normale avviene di solito intorno ai 12 mesi.

Come si può ben notare, quindi, le competenze motorie sono in ritardo nei bambini non vedenti. I bambini che hanno una disabilità visiva, però, sono in grado di utilizzare dei meccanismi di compensazione che provengono da altre modalità sensoriali per facilitare l’esperienza nel mondo. Si è visto, infatti, che bambini con disabilità visiva sono in grado di fare un uso più efficiente delle informazioni uditive, mostrano anche un maggior sviluppo di strategie per ottenere delle informazioni di tipo tattili ed hanno una migliore sensibilità olfattiva rispetto a bambini con sviluppo tipico. Tra le varie modalità di compensazione rientra una memoria a breve termine estremamente funzionante di tipo fonoarticolatorio.

 

Lo sviluppo delle competenze sociali e riconoscimento delle emozioni

I bambini con disabilità visiva sono considerati a rischio di sviluppare comportamenti associati all’autismo. I comportamenti che vengono riscontrati frequentemente nei bambini con deficit visivo sono il deficit del riconoscimento delle emozioni e un ridotto gioco simbolico creativo. Inoltre, sembrano mostrare anch’essi comportamenti stereotipati e ripetitivi, l’unica differenza con bambini autistici è che i bambini con disabilità visiva tendono molto spesso a darsi piccoli pugni negli occhi, quasi come fosse un tentativo di autogenerarsi delle stimolazioni visive. Il rischio che un bambino con disabilità visiva sviluppi sintomi autistici è molto alto. Tuttavia, ai bambini con disabilità visiva a cui viene diagnosticato autismo mostrano una prognosi favorevole, ovvero i sintomi non persistono ma scompaiono con lo sviluppo.

Bambini ed adolescenti con disabilità visiva, quindi, mostrano un ritardo nel riconoscimento delle emozioni nella voce, tuttavia non c’è un ritardo nella comprensione delle emozioni. Inoltre, si è visto che gli input genitoriali dal punto di vista della comprensione delle emozioni possono determinare un miglioramento a livello della comprensione e sul vocabolario delle emozioni, poiché non si veicolano soltanto messaggi pratici, ma soprattutto quelli riferiti a stati interni. I bambini con disabilità visiva comprendono bene le relazioni di causa-effetto ma presentano dei deficit nei compiti di falsa credenza (capacità di attribuire emozioni e stati mentali agli altri) e difficoltà nel compito di mapping (l’esaminatore chiede al bambino di mostrare la propria faccia quando è felice ed il bambino doveva riprodurre l’emozione sulla base di questa associazione di tipo verbale). Tutti questi test sono fortemente correlati tra loro e ciò significa che i bambini con disabilità visiva sono in grado di riconoscere le proprie emozioni ma non riescono a produrle a tanto bene e non sono in grado di comprenderle negli altri. Tale interpretazione parte dal presupposto che non c’è un deficit visivo e quindi il bambino che non riceve l’input visivo delle emozioni materne potrebbe avere difficoltà nel visualizzare queste emozioni.

 

Riferimenti bibliografici

Bonfigliuoli, C., Pinelli, M., (2010). Disabilità visiva. Teoria e pratica nell’educazione per alunni non vedenti e ipovedenti. Erickson: Trento

Beretta, L. (2008). Leggere al buio: disabilità visiva e accesso all’informazione nell’era digitale. AIB: Roma