I locali della consapevolezza
Da qualche tempo circola la notizia, sempre sotto traccia, senza il clamore del gossip nella casa del grande fratello o del matrimonio, con un ignoto fidanzato, di Pamela Prati, dell’istituzione dei locali per pensare. Bar, ristoranti tipici, caffè dove sia bandita la musica in filodiffusione, la presenza di televisori costantemente accesi, con la diretta di una partita della Premier League o il canale dell’informazione, e poter pensare, magari tornando a confrontarsi con gli altri avventori. Già, perché nel locale sarebbe preferibile lasciare gli smartphone a riposo nelle tasche, piuttosto che interagire compulsivamente con loro poggiati sul tavolo. La prima volta ne ho sentito parlare all’inizio dell’anno da Gianluca Nicoletti, nel programma radiofonico “Melog”, su Radio24, e prendeva spunto da un suo breve articolo scritto per LA STAMPA, ma che ribadiva come la proposta fosse nata in rete. L’idea è semplice e non propone nulla di rivoluzionario, solo la ripresa di un’antica pratica che si svolgeva normalmente nei locali di ritrovo.
Utilizzando proprio il supporto del web, si possono trovare siti e pagine Facebook dedicate all’argomento. Nicoletti inizia l’articolo scrivendo che locali del genere ancora esistono in Italia, la campagna, che dà risonanza alla loro divulgazione, nasce per ripristinare i contenitori di senso come, appunto, i locali sopra citati che per tutto il secolo scorso hanno rappresentato i luoghi di ritrovo privilegiati, dove gli intellettuali, e non solo, si confrontavano. Un’esigenza che sorge dalle ceneri delle conseguenze scaturite dalla nuova, e veloce, forma di comunicazione che caratterizza il nuovo millennio. Il rituale del mangiare, o della semplice pausa nei locali, è diventata solo l’occasione per interagire, quasi senza sosta, con i propri smartphone o tablet. Nei locali la presenza costante di apparecchi tv accesi, o di musica in filodiffusione, contribuisce alla menomazione dell’antico rituale del confronto e dell’approfondimento su i più svariati argomenti, che potevano spaziare dalla politica all’arte, ad altri temi di natura esistenziale, ma anche trattare argomenti più effimeri però senza renderli la quintessenza di una vita.
Caratteristiche del locale per pensare
Oltre a quelli già presenti, si propone l’apertura di nuovi locali o l’adeguamento di quelli esistenti. I parametri, perché un locale possa essere considerato un luogo della consapevolezza, prevedono l’assenza di musica ad alto volume, i maxischermi non devono essere presenti nelle sale e meno che mai la programmazione di video con un’invadente diffusione sonora, non devono essere trasmesse le dirette di eventi sportivi. Nel locale deve essere presente uno spazio minimo che incoraggi alla socializzazione: tavoli in cui sedere per più persone, dando così la possibilità di avviare delle conversazioni. Il locale deve essere in sintonia con il territorio, non rappresentare i modi di mangiare o “stili di vita” di un’altra nazione e non facente parte di una catena, che conduce inevitabilmente dentro un processo di standardizzazione non solo nel mangiare, ma anche nel modo, ossia isolati dal resto degli avventori. Per pensare, e confrontarsi, c’è bisogno di locali dove poter raccogliere i pensieri e che diano un senso di appartenenza specifico del luogo in cui si vive.
Entrare in locale e tovarsi proiettati in una “realtà” fittizia, magari riproducendo un locale all’americana, prigionieri del rituale dell’apericena o dell’happy hour, allontana da quel bisogno di confronto che, stando a questa campagna dei locali per pensare, non è sopito nelle persone. Oggi siamo portati a incamerare una montagna di informazioni, mentre siamo convinti di comunicare con una montagna di persone, grazie ai supporti tecnologici, e crediamo di avere in mano velocità di giudizio e dotati di un notevole bagaglio di pareri adeguati alle varie esigenze. In realtà abbiamo messo in moto un meccanismo dove rimaniamo sempre sulla superficie delle cose, ancorandoci a pareri e giudizi parziali. L’approfondimento e il confronto reale, fatto guardando in faccia l’altro, o più semplicemente se stessi, sta diventando difficoltoso. Accade perché la comunicazione tra persone sta diventando, giorno dopo giorno, sempre più virtuale e basata su concetti e priorità che non sono mai oggetto di esami più approfonditi.
Socializzazione non solo virtuale
Nicoletti promuove questa campagna perché si possa di nuovo sviluppare l’evoluzione sociale non solo attraverso i tweet e le foto su Instagram, ma tornando al confronto. Magari in locali che si affacciano sulle piazze, antichi luoghi di ritrovo delle persone, dove il dialogo era ancora il miglior mezzo di diffusione delle idee che fungevano da stimolo per avviare delle riflessioni. Locali dove incontrarsi serenamente, totalmente scevri dal culto dell’apparire e con un animo predisposto innanzitutto alla discrezione e a una reale intenzione nell’ascolto dell’altro, in uno scambio reciproco di pensieri. Il giornalista conclude il suo articolo parlando di una ricerca di riappropriazione della capacità di condividere le idee, al di fuori del clamore della rete dove si è costruita una vita fatta di social network e gruppi WhatsApp, dove conta il numero di like ricevuti. La riconquista di una caratteristica dell’uomo, che in molte occasioni sentiamo ricordarci, che è quella di essere un animale sociale.
In un mondo sempre più veloce e dove le correnti di pensiero si affastellano una sopra all’altra, magari abbracciando un solo argomento ed estenderlo a tutti gli aspetti di un’esistenza (vegani, animalisti, terrappiattisti), e la possibilità di approfondire sugli aspetti della vita diventa sempre più arduo, il ripristino di certi locali non può che essere una boccata d’ossigeno. In un mondo dove il pensiero si deve approfondire senza sosta solo sul lavoro, le problematiche familiari e la necessità spasmodica, alimentata dal contesto sociale, di apparire, non permette di fermarsi a ragionare in maniera più costruttiva. Un ragionamento che aderisca di più al proprio modo di essere e che permetta un confronto sano, equilibrato e non legato alla superficialità che si impiega negli sprazzi di tempo libero. Con questo non si vuol dire che tutti dobbiamo diventare filosofi o autorevoli pensatori, ma tornare a fermarsi a pensare per non smarrire del tutto se stessi sarebbe già una grande vittoria.




