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“The Boss” a cuore aperto

In un’intervista, rilasciata alla rivista Esquire e in parte riportata sul sito rockol, il celeberrimo cantante rock Bruce Springsteen ha affrontato il discorso dei suoi problemi con la stabilità mentale. Non ci gira intorno e dichiara che il primo crollo psichico lo ha subito all’età di 32 anni. Correva l’anno 1982, storico anno della vittoria della nazionale ai mondiali di Spagna e in Italia si stava assistendo il tramonto dei cupi anni di piombo, per dare spazio a un ottimismo senza confini, basato sul pieno soddisfacimento edonistico; alla faccia di tutte le lotte di classe, del raggiungimento di una società più equa e di una felicità basata sulla condivisione con l’altro. E in questo anno The Boss imbocca un oscuro tunnel, proprio mentre stava finendo di incidere uno dei suoi album più famosi: “Nebraska”. Uno dei cantanti rock per antonomasia, icona e leggenda ben prima di essere un pensionato, o deceduto in giovane età come un Morrison, un Hendrix, un Cobain. Mentre i fan si adoperavano per santificarlo, lui era afflitto dallo spettro della depressione.

Quell’ottimismo sbocciato in Italia, in realtà, riguardava tutto il mondo occidentale, e intanto dall’altra parte del muro il blocco sovietico si stava sgretolando. Nel pieno del suo talento artistico Springsteen afferma di avere avuto una crisi. Un ruolo fondamentale lo hanno svolto l’invecchiamento e la sua infanzia. Crescendo, aveva affinato le difese attuate per attutire lo stress, che traeva origine proprio dai suoi primi anni di vita. Ma ha abusato di questa linea gotica, eretta per non farsi soggiogare, ha abusato dei “poteri salvavita” dietro quella linea. Un cieco affidamento, per riuscire a staccarsi dalla vita, contenendo la propria alienazione e avere un maggior controllo sulle esistenze degli altri. Un dannoso contenimento delle emozioni. Incontrare la musica nell’adolescenza è stato come trovare un tenace alleato, contro le prime fasi della depressione, scatenate in gran parte dalla difficile relazione con il padre.

 

I mali dei genitori ricadono sui figli

Bruce Springsteen ha tenuto uno spettacolo intimista dal titolo “Springsteen on Broadway”, in un teatro sulla quarantottesima strada di New York. Un successo che ha prodotto ben oltre 220 repliche. Spettacolo recentemente uscito in versione video e CD. E proprio nelle prime battute della sua esibizione parla del padre. Ricorda, con piacevole autoironia, il primo incontro con una chitarra, dell’esplosivo desiderio di un bambino di comprarne una e delle imprecazioni paterne, sull’eccessivo costo dello strumento musicale. 25 dollari degli anni cinquanta. E allora la sua prima chitarra la prese in affitto. Con questo incipit, si intuisce la complicata relazione con la figura paterna di cui parla la rock star. Nell’intervista Springsteen dice che nella sua infanzia prima, e nell’adolescenza poi, si percepiva come una nave molto vuota, troppo vuota. E la stiva di quella nave l’ha cominciata a riempire con le sette note. La musica gli ha conferito una forza inaspettata.

Una forza che è riuscito a scorgere grazie all’impatto che aveva sugli amici e con chiunque si trovasse ad ascoltarlo. Un potere personale cominciò a prendere forma e, finalmente, un senso di se stesso. Ma proveniva da un mondo davvero molto vuoto. Parla di sua madre, che definisce gentile, compassionevole e premurosa nei confronti dei sentimenti del prossimo. Uno scopo di vita chiaro e perseguito con delicatezza. Uno spirito che lo rappresenta. Ma tutte quelle attenzioni verso gli altri il padre le considerava delle imperdonabili debolezze. Per questo motivo ha assunto un atteggiamento sprezzante nei confronti del figlio. Un conflitto che richiede la ricerca di una vita per riuscire a risolverlo. Springsteen afferma di avere imparato a riconoscere subito i segnali premonitori della malattia mentale. Li conosce tutti, ma si tiene in equilibrio con una bella varietà di medicine; farmaci essenziali, altrimenti corre il rischio di oscillare pericolosamente.

 

La depressione spesso parte da lontano

Una terapia quotidiana, indispensabile perché deve badare alla sua famiglia, ai figli con i quali, afferma, di essere stato fortunato. Nello spettacolo parla dei suoi fantasmi, lo fa senza filtri, con un’autocelebrazione necessaria allo scopo, quello di trasmettere la potenza della sua arte. Il ruolo principale del fantasma è, naturalmente, quello di suo padre Doug. Confessa di aver fatto pace con la figura paterna, ma il male oscuro lo ha dovuto combattere senza sosta. La sta affrontando anche adesso, alla soglia dei settant’anni. Il proprio sé messo a nudo, quello che vede una lotta tra ciò che sentiamo, condannato attraverso le aspettative della famiglia di origine, e tra il sé che vogliamo veramente essere, se dotati della giusta forza di volontà per farlo prevalere. Una lunga battaglia che segna una vita intera.

Ha viaggiato in lungo e largo l’America per oltre cinquant’anni. Un viaggio fatto con profondità. Ma quello più coraggioso è stato il percorso intrapreso per combattere la depressione. Un grande personaggio, lo dimostra anche nel parlare delle proprie debolezze, e che il farlo non rende deboli, ovviamente senza sconfinare nel vittimismo, ma al contrario può rafforzarci. Fa bene Springsteen a comunicarlo ai suoi fan, in questi tempi dove regnano le “ricche” e “positive” carriere di nuove generazioni di divi. Vite di plastica, che trasmettono uno stato artificioso di costante positività e portano a negare gli stati di malessere. Uno come The Boss fornisce una semplice quanto efficace lezione, su quanto sia importante veicolare messaggi veritieri con l’arte, che aiutino ad elaborare gli stati d’animo, a comprendere le miriadi di sfumature del mondo e anche a sognare, ma non dimenticandosi di tornare con i piedi per terra.

 

 

Davide Testa

Segretario di Psicotypo ODV