Che cos’è un attacco suicida e perché viene scelto come strategia
L’attacco suicida è una delle strategie non convenzionali adottate dalle organizzazioni terroristiche per perseguire degli obiettivi politici. Si tratta di un metodo violento perpetrato attraverso un individuo che causa intenzionalmente la sua stessa morte facendosi esplodere insieme al bersaglio. La morte dell’attentatore è quindi una condizione necessaria alla riuscita dell’attacco. Se c’è anche una sola possibilità che l’attentatore si salvi, si può parlare di missione suicida ma non di attacco suicida. Farsi saltare in aria in mezzo alla folla con uno zaino pieno di esplosivo caricato sulle proprie spalle, è un attacco suicida. Assaltare un edificio con un fucile e avere la possibilità di salvarsi, pur mettendo in conto di poter perdere la vita, non costituisce un attacco suicida.
I motivi che spingono le varie organizzazioni a servirsi di questa strategia sono molteplici. Gli attacchi suicidi producono un effetto psicologico molto forte, sono economici e allo stesso tempo provocano molte vittime. Catturano l’attenzione dei media e inoltre non necessitano di un piano di fuga. Per l’attentatore, che viene considerato dalla sua gente non un suicida ma uno shahid (ar. “testimone, martire”), questa azione costituisce l’adempimento di un comando religioso.
Il terrorismo suicida è un fenomeno esteso e dinamico che coinvolge diverse nazioni e gruppi sia religiosi che laici. Tuttavia negli ultimi due decenni esso è diventato, oltre che più pervasivo, sempre più motivato dalla religione. Molti studiosi sostengono che i terroristi abbiano prevalentemente obiettivi politici. La religione è invece un mezzo efficace per tradurre una lotta politica in una guerra cosmica, che legittima la violenza e promette una ricompensa eterna. La religione motiva individualmente e promuove valori che uniscono individui diversi creando gruppi coesi. Per prevenire il terrorismo suicida occorre innanzitutto comprenderlo, e la ricerca può aiutare in tal senso. Il metodo dell’autopsia psicologica può aumentare la conoscenza dei fattori individuali e di gruppo che sono alla base del terrorismo suicida.
Nella mente di un terrorista suicida
Lo stereotipo occidentale vuole i terroristi suicidi disperati o squilibrati, ma non corrisponde al vero, come non esiste un profilo psicologico o una personalità distintivi. Piuttosto vi è la concomitanza di una pluralità di fattori, che possono essere la dissonanza culturale, il senso di impotenza, di ingiustizia e di alienazione. Come anche la disponibilità di un vocabolario politico o religioso e una cultura del martirio. Anche l’intensità del vissuto di umiliazione e la misura in cui questo minaccia la propria importanza personale contano. I terroristi suicidi percepiscono il nemico come corrotto e se ne sentono minacciati e umiliati. Lo scopo dei loro atti è riparare ai presunti torti subiti dalla propria gente e per conto di essa. Il mancato raggiungimento dell’obiettivo causerà una regressione in pensieri distruttivi e autodistruttivi (Alderdice, 2008).
Il futuro martire vede l’impossibilità della realizzazione di sé e cova odio verso coloro che egli considera responsabili. Rispetto ad essi si sente superiore, poiché non teme di perdere la vita. Egli è dotato di un’immaginazione talmente sviluppata da permettergli di vedersi dopo la morte come un eroe da ammirare.
Le organizzazioni terroristiche fanno superare la paura della morte con il ricorso alla preghiera e alla visione del Paradiso. Se lo shahid dà segni di ripensamento, esse si mobilitano per rafforzare la sua fede e gli portano l’esempio di predecessori illustri. Per far superare il tabù dell’omicidio, vengono usati due metodi:
- Il giudizio teologico (fatwa) di autorità religiose che giustifica l’uccisione di altri uomini appartenenti a un ordine politico che offende l’onore dei musulmani.
- La disumanizzazione delle vittime, presentate come animali di cui è lecito il sacrificio.
Un’evoluzione sorprendente del terrorismo suicida è rappresentata dall’apertura di questo campo prettamente maschile alle donne. Queste vengono usate per un duplice scopo: compiere l’attentato suicida con il numero di morti che ne consegue e attirare l’attenzione dei media.
Come spiegare una scelta anticonservativa
Individuare un fattore che accomuni tutti gli individui che decidono di intraprendere questo tipo di azioni è difficile. Possono provenire dai campi profughi palestinesi ma molto spesso essi appartengono a famiglie borghesi e hanno studiato nelle migliori università occidentali.
Secondo studi condotti su aspiranti terroristi suicidi e sui familiari di quelli deceduti, essi non vanno considerati un sottogruppo della popolazione suicida in generale (Townsend, 2007). Ma cosa spinge allora questi giovani a voltare le spalle a un futuro promettente? Da un punto di vista evolutivo sembrerebbe controproducente. Cosa può prevalere sull’imperativo biologico di sopravvivenza?
Non sono molte le ricerche sui meccanismi neurobiologici che possano spiegare la scelta di un gesto autodistruttivo per motivi politici. E neanche il perché alcuni individui siano più propensi di altri a metterlo in atto. La psicologia evolutiva, la genetica comportamentale e la neurobiologia possono aiutare a trovare una spiegazione a questi interrogativi.
I terroristi suicidi mostrano una grande determinazione e disponibilità a sacrificarsi. Quando un attentatore suicida muore per la propria famiglia e per la propria nazione sacrifica una copia del proprio patrimonio genetico, ma lo fa per la sopravvivenza di molte sue copie. Il gruppo sociale fornirà aiuto a coloro che sono geneticamente vicini al terrorista suicida. L’attentatore segue quindi in qualche modo una logica biologica. Tuttavia questo non significa che alla base delle azioni degli attentatori suicidi non vi siano spinte innate alla violenza. Il nemico viene dipinto dagli addestratori come una minaccia per la sopravvivenza della propria famiglia e del proprio popolo in generale, un nemico con caratteristiche talmente diverse da essere assimilato a una specie diversa. Investimento parentale e paura dell’estraneo sarebbero quindi le propensioni biologiche su cui fanno leva quanti indottrinano queste persone e le inducono alla violenza (Attili, 2002).
Una grande importanza personale e la probabilità di successo genetico sarebbero dunque la spiegazione psicologica e biologica per questa scelta anticonservativa. Un sacrifico estremo ripagato dalla venerazione del gruppo.
Prevenire e contrastare il terrorismo suicida
Il motivo dell’incremento degli attacchi suicidi è che i terroristi imparano dal successo degli altri terroristi. Gli attacchi suicidi condotti da Hezbollah in Libano nei primi anni Ottanta si sono dimostrati efficaci per raggiungere degli obiettivi. Questa constatazione ha portato i gruppi terroristici palestinesi, Al Qaeda e altre organizzazioni fino all’Isis, ad adottare questo mezzo percepito come una strategia vincente. Gli attentatori suicidi,che vengono considerati eroi, diventano un modello per le nuove generazioni. Così i bambini crescono non con la mentalità orientata a trovare soluzioni a lungo termine ai problemi, ma con l’aspirazione a immolarsi per la causa. Fare in modo che il terrorismo suicida non venga percepito come una strategia di successo è dunque un primo passo verso la prevenzione.
I geni, le prime fasi di sviluppo, gli eventi critici di vita, l’esposizione mediatica come anche l’incontro con personaggi carismatici rappresentano fattori individuali che potrebbero portare un individuo a diventare un terrorista suicida. Non esiste tuttavia un sistema valido e affidabile per valutare l’influenza dei fattori predittivi sulla scelta di questa strategia (Victoroff, 2009).
Uno Stato minacciato deve contrastare questi attacchi mettendo in atto diversi tipi di misure: operative, protettive e anche psicologiche. I terroristi usano gli attacchi suicidi per incutere un senso di impotenza nelle persone, cioè l’idea di non avere modo di proteggersi. Dunque, un importante aspetto di questa lotta è contrastare il danno psicologico nella popolazione attraverso gli strumenti di propaganda ed educazione. Sarebbe inoltre opportuno tentare di contrastare il messaggio dei terroristi con un messaggio più moderato, proteggere i diritti individuali e diffondere modelli sociali e valori culturali che favoriscano la cooperazione.
Scritto da Anna Calabresi, psicologa clinica, esperta in psicologia giuridica, investigativa e criminale ed esperta in psicodiagnostica. Segue da anni le tematiche criminologiche, con particolare riferimento al terrorismo transnazionale
Riferimenti bibliografici
Alderdice, J. (2008). Desiderio, morte e dialogo. Occuparsi di terrorismo. Gruppi, 3,29-53.
Attili, G. (2002). Kamikaze. Le basi biologiche dell’attacco suicida. Psicologia contemporanea, 170,26-35.
Borum, R. (2010). Understanding Terrorist Psychology. Mental Health Law & Policy Faculty Publications, 576. Retrieved April 29, 2019, from http://scholarcommons.usf.edu/mhlp_facpub/576
Pape, R. A. (2003). The Strategic Logic of Suicide Terrorism. American Political Science Review, 97(3), 343-361.
Silke, A. (2008). Holy Warriors: Exploring the Psychological Processes of Jihadi Radicalization. European Journal of Criminology, 5(1) 99-123.
Townsend, E. (2007). Suicide terrorists: Are they suicidal? Suicide and Life Threatening Behavior, 37 (1), 35-49.
Victoroff, J. (2009). Suicide terrorism and the biology of significance. Political Psychology, 30(3), 397-400.




