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Un sapiente sfruttamento dei media

Il terrorismo è un fenomeno tutt’altro che nuovo nella storia dell’umanità e ha un’elevata capacità evolutiva. Tuttavia è con l’affermazione del terrorismo transnazionale di matrice islamica che è diventato un problema di portata planetaria.  Al Qaeda, l’organizzazione terroristica di Osama Bin Laden, e in seguito l’Isis, l’autoproclamato Stato Islamico, hanno portato un cambiamento globale nella percezione della sicurezza. Chiunque, di qualunque nazionalità o religione, può essere vittima di un attentato. In questa strategia, adottata recentemente anche da terroristi di diversa matrice, sono centrali lo sfruttamento della tecnologia e del terrorismo psicologico.

Il terrorismo può essere rappresentato dai media e allo stesso tempo può servirsi di essi. Il suo target è la percezione del pubblico e sa che i media possono influenzarla. Tra le caratteristiche di Al Qaeda e dell’Isis c’è un sapiente sfruttamento dei media. Nell’attentato condotto negli Usa da Al Qaeda l’11 settembre 2001, tra il primo e il secondo schianto degli aerei contro le Torri Gemelle sono trascorsi circa diciotto minuti. Questo intervallo di tempo ha dato modo alle telecamere di giungere sul posto e di riprendere il secondo impatto. In questo modo, la popolazione mondiale ha potuto vedere in diretta il secondo aereo che penetra nella seconda Torre. L’attacco ha così cambiato la percezione del terrorismo e focalizzato l’attenzione su un pericolo presente da più di un decennio ma fino a quel momento sottostimato. Questo avvenimento ha segnato un punto di svolta in un conflitto che si può definire, oltre che asimmetrico, ibrido, in quanto sia sul campo che psicologico. Un conflitto combattuto davanti agli occhi della popolazione mondiale sfruttando i media per diffondere video e proclami. Per il terrorismo, infatti, la notizia dell’attacco non è meno importante dell’attacco stesso.

L’uso dei social network per sedurre e terrorizzare

In anni più recenti anche Al Qaeda ha iniziato a servirsi dei social network a scopo di proselitismo e istigazione attraverso una fitta rete di account. Tuttavia è soprattutto l’Isis che ha saputo sfruttare a proprio vantaggio le nuove tecnologie e una strategia di comunicazione complessa per contenuti e mezzi. La propaganda dell’Isis, curata da sezioni dedicate e diversificata per obiettivi, ha saputo attrarre molti giovani occidentali (i foreign fighters) che hanno lasciato le loro famiglie per unirsi al califfato. Dipinto come un posto per famiglie, l’Isis ha sedotto anche molte donne. I giovanissimi sono stati attirati con mezzi e linguaggi a loro familiari, come quello dei videogame. I video a puntate con protagonista John Cantlie, il reporter inglese tenuto in ostaggio dall‘Isis e usato come volto per la propaganda, hanno lo stile familiare delle serie tv.

Con l’affermazione dell’Isis, il pericolo più immediato è diventato quello del jihad individuale o intrapreso da micro-nuclei, incoraggiato dalla propaganda e condotto con mezzi artigianali. Queste operazioni a basso costo e alto impatto mediatico hanno l’effetto di indebolire il nemico minandone il senso di sicurezza. Questi eventi lasciano infatti una traccia psicologica e inoltre istigano all’emulazione. A scopo di propaganda l’Isis ha saputo usare tutte le piattaforme possibili. I bersagli da raggiungere sono sia i potenziali jihadisti da convertire e arruolare, sia il nemico da terrorizzare divulgando i video delle decapitazioni. L’antico rito della decapitazione è una pratica di fortissimo impatto mediatico (Cavarero, 2007).

Un pericolo ancora presente

Nonostante l’eliminazione nella dimensione territoriale dello Stato Islamico, il pericolo di queste azioni rimane concreto. Anche se privato del territorio, l’Isis continua infatti ad avere seguaci e ad attirarne di nuovi. Questa minaccia continua a costituire una priorità e a essere costantemente all’attenzione dell’intelligence, come riporta la Relazione sulla Politica dell’Informazione per la Sicurezza 2018 curata dal nostro Comparto Intelligence. Sempre secondo la stessa, rimane centrale l’uso di siti, forum e social network a scopo di proselitismo e istigazione. Canali di messaggistica protetti dalla crittografia end-to-end vengono usati per veicolare messaggi, propaganda “orizzontale” e materiale apologetico e informativo. Passi motivazionali vengono diffusi per disattivare il controllo morale e indurre i seguaci a condurre attacchi anche con l’uso di armi non convenzionali.

La stessa attenzione alla comunicazione si può rilevare negli attacchi sequenziali condotti lo scorso 15 marzo dall‘australiano di estrema destra Brenton Tarrant. In questo caso il target è rappresentato dai musulmani, in due moschee di Christchurch, in Nuova Zelanda. L’attentatore ha trasmesso in diretta l’azione attraverso una telecamera montata sulla sua testa e diffuso online 74 pagine di rivendicazione. L’attenzione alla comunicazione, come la spettacolarizzazione dell’attacco, sono elementi in comune con il terrorismo islamico. Altri elementi in comune sono la condivisione virtuale delle proprie idee e l’invito all’emulazione. Azioni come questa fanno temere un rinforzo reciproco con il terrorismo di matrice islamica attraverso azioni di rappresaglia alle quali seguiranno altri attacchi.

Il terrorismo psicologico

Le strategie non convenzionali di attacco messe in atto dai gruppi terroristici possono essere ricondotte a due categorie:

  • Strategie che prevedono l’uso di armi e sono finalizzate all’annientamento fisico dell’obiettivo, come il terrorismo suicida e il terrorismo NBCR (Nucleare, Biologico, Chimico, Radiologico).
  • Strategie che non prevedono l’uso di armi, come il cyberterrorismo e il terrorismo psicologico.

Gli attacchi psicologici, pur non essendo cruenti, sono comunque stressanti e possono avere effetti a lungo termine. Anche la sola minaccia di un attentato è un’arma.

Un attacco terroristico invia messaggi a diversi destinatari:

  • La popolazione bersaglio, con finalità minatoria, per fiaccarne la sicurezza.
  • I simpatizzanti dei terroristi, con finalità istigatoria e per reclutare nuovi seguaci.

In questa strategia è molto importante per i terroristi che la paura destata oltrepassi la misura del pericolo reale. Il loro scopo è instillare una paura irrazionale, sproporzionata alla reale probabilità di rimanere coinvolti in un attentatato terroristico. A questo scopo essi sfruttano l’immaginazione delle persone e la loro tendenza a personalizzare gli eventi. La paura può essere indotta anche solo tramite le minacce. Il meccanismo viene innescato dal ripetuto coordinamento tra la trasmissione di un messaggio di minaccia e il successivo attuarsi dell‘attacco. Una sorta di modello stimolo – risposta per cui il pubblico è condizionato a credere che a una minaccia seguirà inevitabilmente un attacco. Il terrorismo è pura guerra psicologica (Ganor, 2002).

Contrastare il terrorismo psicologico

I media vengono sfruttati già da numerosi anni dal terrorismo transnazionale, ma ora, con i social network, il meccanismo è notevolmente amplificato. Per non rafforzare la propaganda terroristica i social network hanno quindi deciso di non permettere la pubblicazione dei video dei terroristi. Tuttavia le intelligenze artificiali che vigiliano sui contenuti dei social network non sono infallibili. Alcuni video, come quello delle sparatorie avvenute in Nuova Zelanda, potrebbero essere scambiati dal sistema per videogiochi. Può succedere quindi che un video possa essere postato e ricondiviso per un periodo di tempo prima che intervengano gli operatori umani a rimuoverlo.

Anche se si sventano gli attentati, il terrorismo vince se impedisce alle persone di condurre una vita normale. Per fronteggiare la minaccia del terrorismo occorre quindi tenere conto anche del livello psicologico del conflitto. Le manipolazioni psicologiche messe in atto dai terroristi vanno identificate e predisposte contromisure per neutralizzarle. L’ansia differisce dalla paura per l’inadeguatezza dello stimolo che la genera, è utile quindi saper riconoscere e abbassare il livello di ansia. L’obiettivo è che il timore sia proporzionato il più possibile alla reale portata del pericolo.

Le notizie degli attentati colpiscono grandi e piccoli. Questi ultimi in particolare possono venire esposti in maniera continuativa alle immagini dei disastri e delle guerre. Tuttavia, se gli adulti possono dominare le loro angosce attraverso la conoscenza, informandosi, non c’è un’uguale possibilità per i bambini. L’adulto è in grado di comprendere in qualche modo la guerra e di darsi spiegazioni razionali dei suoi orrori. I bambini hanno invece bisogno dell’aiuto degli adulti per comprendere questa realtà ed essere supportati di fronte alla paura da essa suscitata.

 

Scritto da Anna Calabresi, psicologa clinica, esperta in psicologia giuridica, investigativa e criminale ed esperta in psicodiagnostica. Segue da anni le tematiche criminologiche con particolare riferimento al terrorismo transnazionale.

Riferimenti bibliografici

Cavarero, A. (2007). Orrorismo: Ovvero della violenza sull’inerme. Milano: Feltrinelli.

DeJacimo, G. K. (2015). The Psychology of Terrorism and Radicalization. HonorsResearch Projects. 62.Retrieved march 20, 2019, from https://ideaexchange.uakron.edu/cgi/viewcontent.cgi?article=1113&context=honors_research_projects

Ganor, B. (2002). Terror as a Strategy of Psychological Warfare. Retrieved march 20, 2019, from: http://www.ict.org.il/Article.aspx?ID=827#gsc.tab=0

Klain, E. (2008). La psicologia del terrorismo. Gruppi, 3, 65-80.

Pas Bagdadi, M. (2004). Mi hanno ucciso le fiabe: Come spiegare la guerra e il terrorismo ai nostri figli.Milano: Franco Angeli

Zoja, L. (2002). 11 settembre 2001: Riflessioni sui due lati dell’Atlantico. In AA. 1 (Ed.), L’incubo globale: Prospettive junghiane a proposito dell’11 settembre (pp. 27-68). Bergamo: Moretti & Vitali.