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Laura Faraci è nata a Bologna e cresciuta a Ferrara, ha conseguito la laurea magistrale in design della comunicazione con una tesi che approfondiva il tema della comunicazione di genere. In seguito, ha iniziato a lavorare a Milano nell’ambito della progettazione museale, occupandosi della produzione di contenuti multimediali. Parallelamente, svolge un’attività di illustratrice e motion designer come libera professionista. In questa intervista ci ha raccontato il suo libro e le sue personali opinioni sulla violenza di genere.

Che cosa ti ha portato a scrivere questo libro? Nasce da un evento particolare della tua vita o era già in cantiere da un po’?

Il mio interesse per i temi del libro risale a diversi anni fa, quando per la prima volta ho iniziato a fare caso alle piccole discriminazioni di genere a cui assistevo tutti i giorni. Questa presa di coscienza mi ha spinta a indagare i modi in cui la pubblicità, che era al centro dei miei studi universitari, contribuiva al perpetuarsi di queste discriminazioni, tanto che ho scelto di approfondire l’argomento nella mia tesi di laurea. L’idea di scrivere il libro è stata invece più improvvisa: un giorno, riflettendo sulle ricerche effettuate durante i miei studi, ho pensato che ampliarle ulteriormente e diffonderle potesse essere una buona idea; e così mi sono messa a scrivere.

In una delle prime pagine del tuo libro scrivi “La violenza maschile contro le donne non va interpretata come un’anomalia, bensì come la necessaria conseguenza di un ordine di genere socialmente accettato”. Ci spieghi meglio cosa intendi?

Nonostante la violenza non venga mai esaltata apertamente, la nostra cultura fa però una serie di distinzioni basate sul genere che a tratti giustificano e incoraggiano la violenza maschile contro le donne. Ne sono un esempio la tendenza a condonare le prepotenze maschili e a incoraggiare la remissività femminile, oltre alla resistenza di un ideale di famiglia che vuole l’uomo in una posizione di comando rispetto a moglie e figli. Ciò che questo passaggio vuole evidenziare, quindi, è che la tendenza degli uomini a maltrattare le donne non è frutto di un’anomalia individuale, ma anzi deriva da un’aderenza portata all’estremo ai modelli di maschilità celebrati dalla nostra società.

Cosa ne pensi delle pubblicità che si vedono in tv, dove le differenze uomo/donna rispetto al genere sono spesso messe in evidenza?

Mi sembra che troppo spesso si sottovaluti il ruolo sociale della pubblicità, liquidando l’argomento sotto la convinzione che siano “solo immagini”. In realtà, queste immagini sono molto presenti nelle nostre vite fin dall’infanzia, e non fanno che consolidare un ordine di genere che vediamo continuamente confermato anche in altri contesti. Detto ciò, sono convinta che queste pubblicità vengano realizzate con le migliori intenzioni: avendo studiato comunicazione, so bene quanto sia arduo creare un messaggio efficace quando si hanno a disposizione solo pochi secondi o una sola immagine, e quanto sia per questo facile ricadere in rappresentazioni stereotipate e familiari. Sono però anche convinta che una comunicazione migliore sia possibile, e il crescente diffondersi di immagini sempre più attente alla diversificazione e al rispetto di tutti ne è la dimostrazione.

Perché, a tuo avviso, in Italia spesso si fa ancora fatica a parlare di violenza, non tanto quella fisica, ma di tutte le altre forme?

Credo che in generale ci sia ancora poca consapevolezza collettiva su tutto ciò che riguarda il benessere psicologico della persona; per questo motivo, mentre ci risulta piuttosto semplice riconoscere uno schiaffo – o un livido – e ascriverlo a un sopruso, facciamo invece molta più fatica a distinguere gli atteggiamenti di controllo e manipolazione e le loro conseguenze sulla vittima. Se poi cerchiamo delle statistiche sulla violenza di genere, ci accorgiamo che spesso, pur presentandosi come esaustive sotto la generica definizione di “violenza contro le donne”, riportano soltanto i dati sulle violenze fisiche; non stupisce, quindi, che le violenze psicologiche, economiche e religiose siano così poco riconosciute.

In che modo secondo te la società potrebbe e dovrebbe intervenire al fine di ridurre le differenze di genere?

Le disparità di genere sono un fenomeno complesso e strutturale nella nostra società, ed è per questo necessario uno sforzo sinergico e su vari fronti. Il mio percorso di studi mi porta ad avere particolarmente a cuore il fronte dell’educazione: quella delle nuove generazioni, che punta alla prevenzione delle discriminazioni e delle violenze, e quella delle figure professionali che detengono in questo senso una responsabilità sociale. Basti pensare ad alcuni datori di lavoro che favoriscono i candidati maschili, a chi scoraggia le denunce per violenza domestica, o in alcuni casi alle autorità giudiziarie che concedono pene ridotte a stupratori e femminicidi, e infine ai professionisti della comunicazione che propongono con leggerezza immagini femminili degradanti; sono convinta che la diffusione di una maggiore consapevolezza collettiva dei processi mentali e culturali che sono alla base delle discriminazioni di genere sia un passo fondamentale verso la risoluzione del problema.

 

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