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Il tempo libero non è un reato

Un tema aperto da anni che ancora non sembra trovare delle soluzioni adeguate, quello sul troppo tempo passato a lavorare. Una questione affrontata sul mensile di Focus, in un articolo di Elena Meli dove sono stati tracciati i profili di quelli che sono definiti super-lavoratori. C’è il compulsivo: stacanovista per antonomasia, oberato di impegni e pronto ad assumersi anche quelli non richiesti dai superiori. Molto concentrato sul suo operato e avverso al confronto. Perfezionista in modo esagerato, controlla i propri lavori più volte fino a giungere a mentire ai propri familiari, per dedicare il suo tempo alla professione. Il frenetico: si comporta come il compulsivo, ma in modo scostante. Passa da periodi in cui gestisce con serenità i propri impegni ad altri in cui si sfinisce di lavoro, al punto di smarrire la cognizione del tempo. Arriva a trascurare le altre necessità, comprese mangiare e dormire.

Il nascosto: un individuo conscio del proprio malfunzionamento comportamentale sul posto di lavoro. Se i colleghi o superiori glielo fanno notare, cerca di cambiare registro. Un modo di fare simile a chi soffre di bulimia, mangia normalmente in presenza di altri e si abbuffa quando è da solo. Infine l’anoressico: ostile all’oggetto della propria dipendenza, vorrebbe lavorare duramente ma rimane fermo ai blocchi di partenza per il timore di fallire gli obiettivi. Rimane, sovente, vittima dei sensi di colpa poiché persuaso di non aver lavorato abbastanza. Quattro tipologie che identificano milioni di lavoratori nel mondo, i quali dedicano gran parte della loro vita alla professione, con ripercussioni a lungo termine sulla salute fisica ed emotiva. Troppo lavoro toglie spazio a tutte gli altri aspetti della vita, che non possono essere secondari solo perché non hanno un ritorno monetizzabile.

 

Esempi illustri sullo stacanovismo portato agli eccessi

L’imprenditore statunitense Elon Musk, colui che vuole farci vivere su Marte guidando auto elettriche, lavora diciassette ore al giorno e ha un sacco a pelo in ufficio. Talmente impegnato che per rilassarsi arriva a farsi uno spinello durante un’intervista radiofonica. Un’attività ludica, di rilassamento, consumata mentre continuava a lavorare, nessun confine tra vita pubblica e sfera privata. Barack Obama, quando era presidente degli Stati Uniti, leggeva di notte i rapporti dell’Intelligence. Margareth Thatcher, la lady di ferro, riteneva che dormire era da buoni a nulla. La ex ministra francese, del governo Sarkozy, Rachida Dati è tornata a lavorare cinque giorni dopo aver partorito. Personaggi celebri e con incarichi importanti, dove la componente di soddisfazione personale è altissima ed edificante a livello sociale, sicuramente non rispecchiano la stragrande maggioranza dei lavori dei comuni mortali. L’esempio che trasmettono, però, è quello di non staccare mai per avere successo e, il successo, in questo mondo sembra voler significare tutto.

Molti non sono d’accordo ma si adeguano. Per quanto riguarda l’Italia, L’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico dichiara che le donne dello Stivale sono fra le più stacanoviste del globo, e oltre alle ore passate in ufficio ne dedicano almeno trentasei alle faccende di casa e la gestione della famiglia. La reperibilità ventiquattro ore su ventiquattro ha completamente cancellato la linea di confine tra vita privata e vita lavorativa, in concomitanza del “tutto aperto” grazie al quale prodotti e servizi si possono trovare a tutte le ore del giorno e della sera. Ma questa imponente struttura comincia a scricchiolare e c’è chi tenta di ricorrere ai ripari. La Francia, ad esempio, da gennaio 2017 ha sancito per legge il diritto di non rispondere alle e-mail nei fine settimana o quando ci si trova in ferie. Alcune aziende nel nord Europa stanno sperimentando settimane lavorative da quattro giorni, e altre forme di flessibilità sugli orari di lavoro. Una fase sperimentale che comunque deve fare i conti con i risultati e l’eventuale impiego di altre persone.

 

Workaholic, drogati di lavoro

Annamaria Di Fabio, docente di Psicologia del lavoro all’Università di Firenze e responsabile di due laboratori internazionali impegnati in ricerche su questo tema, dichiara: “C’è chi lavora tanto ma in uno stato mentale positivo, di soddisfazione del proprio impiego… Il vero drogato da lavoro si impegna più del richiesto e soprattutto non trae piacere dal suo sforzo”. Di Fabio spiega che non si cade nel vortice in un colpo solo, ci sono vari stadi. Inizialmente ci si allontana dalla propria vita sociale e familiare, fino a farsi assorbire dalla professione. In seguito si comincia a ricorre a caffè, alcol, sigarette, stupefacenti, per produrre di più, isolandosi da tutto il resto. Nella fase finale si raggiunge l’esaurimento fisico, con vuoti di memoria, insonnia, ipertensione, mal di testa cronico. Davanti a questa realtà alcuni economisti hanno proposto di ridurre la settimana lavorativa da cinque a quattro giorni. Molte aziende stanno eseguendo degli esperimenti in merito, con risultati altalenanti. Però il problema è stato preso in esame.

La psicologa statunitense Diane Fassel che si occupa di workaholic ha descritto i quattro profili di super-lavoratore riportati all’inizio dell’articolo. Fenomeni che non scaturiscono solo per le richieste pressanti del mondo del lavoro e la competizione con i colleghi. Ci sono anche tratti della personalità che influiscono, come una forte coscienziosità e la mancanza di stabilità emotiva. Contribuisce anche una scarsa autostima, temere di fallire in altre attività può portare a rifugiarsi esclusivamente nel proprio lavoro, per tenere sotto controllo almeno una parte della propria vita. C’è anche chi lavora oltre il dovuto perché incapace di instaurare rapporti intimi con gli altri. Insomma, il disagio esistenziale che alberga in questa epoca sembra dare man forte al super-lavoro. Un trattamento psicoterapeutico è la risposta migliore a questo comportamento patologico. A differenza delle sedute che aiutano a liberarsi dalla dipendenza del gioco d’azzardo o della droga, eliminandole totalmente dalla propria vita, il lavoro non può essere interrotto per sempre. Lo scopo è quello di bloccare il comportamento patologico e far riscoprire il rapporto con gli altri. Il lavoro è fondamentale nella vita di una persona, però ha assunto valori che non gli competono, perché la realizzazione di un’esistenza passa anche per altri fattori a cui il super-lavoro toglie la cosa più importante dopo la salute, il tempo per se stessi.

 

Riferimenti bibliografici

Focus (Nov 2018, numero 313). Lavoratori dipendenti. Non si “stacca mai”: siamo sempre connessi e molte attività sono aperte 24 ore su 24. Ma lavorare tanto è un bene? Pag. 58-62.

Davide Testa

Segretario di Psicotypo ODV