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Età evolutiva

Hikikomori, nascondersi per sopravvivere

La dimensione dell’Hikikomori

Sempre più si sta affermando una “nuova” forma di disagio giovanile, quella relativa agli Hikikomori. Tale disagio si è venuto ad enucleare negli anni ‘80 in Giappone, ma anche in Corea del Sud e Stati Uniti. Si è diffusa poi in Europa, compresa l’Italia, che già da tempo inizia ad essere fortemente interessata al fenomeno (Ranieri, 2015). Il termine Hikikomori viene introdotto dallo psichiatra giapponese T. Saitō negli anni ’90. Con questo termine si intende quell’adolescente o giovane adulto che decide di isolarsi socialmente (‘social withdrawal’). Tuttavia, già Y. Kasahara (1978) aveva descritto coloro che si rifiutavano di andare a scuola o al lavoro. L’isolamento si caratterizza propriamente nel ritirarsi nella propria stanza per lungo tempo, senza sentire il bisogno di uscirvi (Zielenziger, 2006; Guedj-Bourdiau, 2011).

Questo isolamento può perdurare per non meno di 6 mesi, con una durata media di 3 anni. Le interazioni con l’esterno, in primis la famiglia e gli amici, vengono letteralmente annullate. Le persone coinvolte sono soprattutto di sesso maschile, tra i 15 e i 30 anni (e oltre), che vivono in famiglie benestanti. Essi hanno comprensibilmente uno stile di vita essenzialmente sedentario. In Italia l’esordio avverrebbe già all’età di 13 anni. Nel loro contesto utilizzano la maggior parte del tempo connettendosi illimitatamente ad internet (Comazzi et al., 2015). In tal modo, i ritmi circadiani si alterano, nel senso che l’Hikikomori dorme di giorno e sta sveglio la notte. La loro alimentazione si compie in completa solitudine. Quindi, questo ritiro, senza “compromessi”, può determinare una dipendenza da internet e sviluppare una significativa aggressività agita verso i familiari.

Le cause possibili

L’utilizzo illimitato di internet, secondo un recente studio (v. Carli et al., 2014), effettuato in alcuni paesi europei, può presentare un rischio. Conducendo una vita inattiva e con poche ore di sonno possono svilupparsi nel tempo importanti psicopatologie con annesse ideazioni suicidarie. L’insorgenza di un tale disturbo si può riscontrare, come detto, sia in Giappone che più recentemente in Europa. Nel paese asiatico si stimano diversi centinaia di migliaia di adolescenti e giovani adulti attanagliati da questo disagio psichico (Teo, 2009). Nel nostro paese l’associazione Hikikomori Italia ne stima circa 100 mila, soprattutto di sesso maschile, e tra i 13 e i 30 anni. Tuttavia, stime attendibili sono particolarmente difficili da computare, a causa del significativo numero di casi che non giungono all’osservazione.

Le prime avvisaglie si hanno quando si sviluppa un rifiuto del sistema socioculturale. In Giappone, questo sistema che si basa sul modello confuciano, si attiva in particolare con l’esplicito rifiuto scolastico, ‘school refusal syndrome’ (Ishikida, 2005). La sintomatologia che connota tale rifiuto si caratterizza per una quota importante d’ansia e disturbo del sonno. Un altro fattore fondamentale per l’affermarsi del fenomeno lo assume anche il bullismo esercitato nei confronti dell’Hikikomori. Da un punto di vista psicopatologico il soggetto si trova in un vero e proprio ‘blocco’ del suo sviluppo evolutivo. La conseguenza più immediata è rappresentata dal fallimento dei classici compiti che riguardano l’adolescente (‘breakdown evolutivo’). Tale fallimento riguarda il non essere in grado di aderire a nuovi modelli esistenziali dopo il superamento di quelli tradizionali.

Famiglia e stile educativo

Inoltre, ci troviamo di fronte ad un sistema educativo, quello giapponese, particolarmente rigido e con espressioni di inusitata competitività. Le scuole di questo paese, spesso non hanno luoghi fisici (e quindi ‘mentali’) per le relazioni con l’altro (Aguglia et al., 2002). L’attività corporea ne esce fortemente ridimensionata, laddove ci troviamo di fronte ad un sistema che “costringe” esclusivamente allo studio. In questo quadro, chi non si adatta decide di ritirarsi nel suo “mondo”, chiudendo dietro di sé il mondo esterno. In particolare, deficitarie sarebbero l’assenza di motivazioni e delle competenze non raggiunte. Quindi, oltre al rifiuto scolastico, vi è anche un vissuto molto negativo e devastante relativo ad esperienze di bullismo, come accennato più sopra. La forma giapponese del bullismo, “ijimè”, deve essere intesa sicuramente tra i fattori predisponenti.

Lo stile educativo tradizionale e conservativo si caratterizza anche per iperprotettività e attaccamento. Sono dimensioni che non permettono l’individuazione dell’adolescente, e quindi uno sviluppo autonomo della sua personalità. L’adolescente ne risente gravemente sviluppando una sensazione di inadeguatezza nel dover affrontare il mondo e la realtà di ogni giorno (Ricci, 2008). In questo contesto è rilevante l’assenza sistematica del padre, soprattutto nella società giapponese, per ragioni eminentemente lavorative. Un padre che si estranea da ogni responsabilità diventa davvero disfunzionale (Ricci, 2014). È conseguente l’attaccamento (del tipo insicuro-ambivalente) e la conseguente dipendenza del figlio verso la madre. Tale dipendenza si sviluppa attraverso un legame simbiotico (Krieg e Dickie, 2013), che fa riferimento al concetto giapponese di “amae”. Questo concetto, elaborato nel 1971 dallo psicoanalista giapponese T. Doi, è simile a quello relativo alla “scelta d’oggetto primaria” (v. Freud, 1921).

Realtà socio-culturale e mondo virtuale

Quindi, nella realtà socio-culturale orientale l’Hikikomori è conseguenza di una educazione particolarmente rigida e repressiva. Invece, nella realtà occidentale proprio l’assenza di regole coerenti cagiona nell’adolescente un senso di inadeguatezza che rifugge con l’isolamento. Inoltre, l’uso senza limiti della tecnologia è più marcato in Occidente. È possibile che si possa giungere a confondere il fenomeno dell’Hikikomori con un Disturbo da Dipendenza da Internet (Internet Addiction Disorder, IAD). Tuttavia, pare che circa la metà degli Hikikomori rientra pienamente anche in questo disturbo (Stip et al. 2016).

In Italia il termine Hikikomori viene tradotto con ‘ritiro sociale’, rafforzato dal fatto che la persona non ripone alcuna fiducia nel poter ricevere un aiuto esterno (helplessness). Come fenomeno si sta manifestando maggiormente nell’Italia meridionale, dove la struttura familiare di tipo matriarcale è simile a quella giapponese. In questa realtà i genitori propendono per far rimanere a casa i propri figli anche se già adulti. Ciò contribuirebbe a favorire il disagio psichico determinandone appunto il ritiro sociale.

Sono proprio le dimensioni relative all’isolamento e alla solitudine che determinano poi un uso illimitato di internet (Spitzer, 2018). Questa modalità rappresenta una conseguenza, tra le altre, dello stato in cui versano questi individui. Infatti, si diagnostica una dipendenza da internet quando attraverso la tecnologia ci si allontana dal mondo reale. Invece, l’Hikikomori avversa qualunque tipo di contatto con il mondo esterno. Poi, l’unica modalità di interazione per lui è quella mediata esclusivamente attraverso il personal computer al chiuso della sua stanza.

 

Il significato possibile del ritiro

L’Hikikomori ha paura del fallimento, tanto è pervaso dal senso di angoscia e vergogna nel caso in cui dovesse fallire. La motivazione ad affrontare il mondo è pura evanescenza, proprio per le troppe regole da dover seguire ed osservare. Si potrebbe convenire con la psicoanalista americana Nancy McWilliams per immaginare una qualche spiegazione del ritiro agito dall’Hikikomori. Con il ritiro, come meccanismo di difesa, l’individuo fuggirebbe da un’angoscia divenuta ormai straripante e difficile da gestire. Egli, ritirandosi farebbe uso senza limiti di internet e videogames, giungendo anche alla possibilità di consumare sostanze stupefacenti. Quindi, il soggetto si ritira perché potrebbe aver subito un trauma o gravi mancanze, che incidono profondamente sulla sua emotività. In tal modo, si ha una razionalizzazione del trauma o delle mancanze subite, soprattutto dal punto di vista affettivo. Tutto ciò per giustificare a sé stesso accadimenti altrimenti non accettabili.

Proprio le nuove tecnologie (Kato et al., 2012) andrebbero a rinforzare ulteriormente il ritiro sociale, il rinchiudersi dell’adolescente in una stanza. Essa rappresenterebbe uno o più mondi virtuali maggiormente comprensibile/i per l’Hikikomori, dove vigono (virtualmente) regole chiare e ricompense raggiungibili facilmente. Tutto ciò contrasta con il mondo esterno dove:

  • non si intravvedono gli obbiettivi;
  • le regole sono difficili da osservare;
  • la frustrazione è insopportabile.

 

Ipotesi per una nosografia

I manuali diagnostici maggiormente utilizzati (DSM-5, PDM-2 e ICD-10), ad oggi non lo hanno ancora collocato al loro interno. Il fenomeno può essere differenziato escludendone la presenza in altre patologie psichiatriche, quali: schizofrenia, disturbi dell’umore, disturbi d’ansia e disturbi della personalità schizoide ed evitante.

Tuttavia, sin d’ora e senza timore di essere smentiti è possibile immaginare alcuni criteri fondamentali per una sua individuazione, quali:

  • ritiro sociale, non inferiore a 6 mesi;
  • incapacità ad interagire;
  • disturbo del ritmo circadiano;
  • abbandono scolastico o lavorativo;
  • persistente percezione di vivere ogni giorno uguale all’altro.

Infine, tale stato psichico può essere osservato più frequentemente nei pazienti con Disturbo Depressivo Maggiore (DDM) e Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC). Con Teo e Gaw (2010) si può aggiungere che possono essere escluse quelle persone che, seppur ritirate, mantengono vive le relazioni sociali.

 

Intervento clinico

Si possono ipotizzare tre tipologie di intervento.

Il primo intervento ipotizzabile è quello eminentemente medico-psichiatrico, attraverso il quale l’Hikikomori viene considerato come affetto da un disturbo mentale. In tal senso il paziente necessita un’ospedalizzazione con somministrazione di terapia farmacologica unitamente ad una psicoterapia.

Il secondo intervento potrebbe prevedere un’azione volta a permette una risocializzazione del paziente. S’interverrebbe per ricostruire ad esempio quelle abilità volte ad interagire con gli altri. Il contesto nel quale si opererebbe si caratterizzerebbe per ovviare l’elicitazione di ogni forma gerarchica.

Il terzo possibile intervento è dato dall’intervento di uno specialista, il quale si cimenterà con l’utilizzo per esempio di una webcam. L’uso di questo strumento tecnologico è finalizzato per poter entrare in relazione con il paziente. L’approccio così inteso dovrebbe aiutare l’Hikikomori a spezzare col tempo, e non solo simbolicamente, l’isolamento nel quale si è rinchiuso.

Scritto da Roberto Martino, dottore in psicologia applicata, clinica e della salute.

Riferimenti bibliografici

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